4 mag 2011

Mindino



Il vento è freddo oggi. Un vento umido che arriva da nord. A casa Ernesto la stufa è accesa. Una stufa marrone che scoppietta per la grande fiamma. Nel forno una pagnotta di segale sta cuocendo lenta e pigra.
Casa Ernesto ha varie finestre. Da una di queste si vede la croce del Mindino in lontananza. Così è chiamato familiarmente dagli abitanti del paese all'ombra di questo monte. E' una presenza imponente che riempie costantemente il campo visivo. Simbolo della valle, presenza continua e rassicurante, ma distante allo stesso tempo. I vecchi contadini, abituati a lunghe marce nei boschi, non avevano interesse ad arrampicarsi sulle sue pareti scoscese. Lassù non crescevano né funghi né c'era legna da tagliare. Camminare solo per raggiungere una vetta era cosa da signori. Ora tutto è cambiato. Il paese è quasi deserto; i pochi ragazzi rimasti non sono più contadini, ma operai. Hanno tutti la moto o la macchina. Hanno anche scavato una strada che arriva fino in cima. La fecero quando decisero di costruire la croce. Da casa Ernesto la croce si intravede appena, sembra un palo piantato su una montagna di terra. Quante volte da bambini imitammo la forma del Mindino. Non c'era mucchio di sabbia creato nei nostri giochi senza il paletto.
Io ci sono andato lassù in cima. Ricordo ancora la prima volta. Mi portarono in macchina, con il fuoristrada appena comprato da mio zio. C'era anche mia nonna; aveva un'espressione esterrefatta nel guardare per la prima volta da vicino questa croce dopo decenni che la vedeva a forma di bastoncino. Lei ne sapeva di storie sul Mindino. Quante me ne raccontò, però non ci era mai salita. Aspettò a farlo quando quasi non riusciva più a camminare. Fu lei a dirmi che quella croce che io vedevo così imponente davanti ai miei occhi era il paletto sul mucchio di terra che si vedeva dal cortile di casa Ernesto.

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