31 ott 2011

Il divo, Paolo Sorrentino, 2008



Ho la coscienza di essere di statura media, ma se mi giro attorno non vedo giganti.

Questo è Andreotti, il personaggio più emblematico, discusso, onnipresente dell'Italia del dopoguerra.
Coraggiosa l'idea di Sorrentino di immortalarlo in un film. L'attore che gli da la faccia è uno straordinario Toni Servillo che ne imita egregiamente il caratteristico portamento e gestualità che tutti conosciamo.
L'inizio del film ricorda le scene della vendetta di Michael Corleone nel padrino. Una veloce rassegna dei più importanti omicidi eccellenti della storia repubblicana accompagnati da una musica incalzante. Tutti gli omicidi sono legati a doppio filo con la figura di Andreotti e lo stacco sul viso impassibile del vecchio leader democristiano trafitto da aghi che dovrebbero curarlo dalla sua costante emicrania è programmatica delle intenzioni del regista. L'Andreotti di Sorrentino è una figura grottesca, complessa, sofferente, cinica, apparentemente indifferente al mondo che lo circonda. È una figura che si avvia verso la fine del suo regno. Il film inizia con l'inizio del settimo e ultimo governo Andreotti.
Poteva essere una critica dura e spietata al personaggio che rappresenta meglio di ogni altro il degrado della politica italiana, ma Sorrentino va oltre, si spinge alla ricerca delle mille sfaccettature di questo complesso personaggio. Lo segue nella sua vita quotidiana, in avvenimenti apparentemente insignificanti che però ne descrivono benissimo la personalità.
E così vediamo le passeggiate di primissima mattina, quando in una Roma ancora immersa nell'oscurità, Andreotti cammina lentamente verso la Chiesa. Ci sono i suoi problemi di emicrania costante e di insonnia.
C'è il rapporto con la moglie Lidia, apparentemente distante e freddo però fatto di piacevoli momenti di intimità. Uno di questi, forse l'unica scena in cui cade la maschera grottesca del personaggio, è la scena dei due sul divano che si tengono teneramente per mano ascoltando un concerto di Renato Zero alla televisione.
C'è il suo ruolo politico, simile a quello di ragno mummificato che ha teso la sua rete invisibile nelle cupe e spaziose stanze del potere. I cortigiani che sono la famosa corrente andreottiana all'interno della DC acquistano luce sono quando entrano in contatto con il capo. Il più presente è senza dubbio il vitale Ciriaco Pomicino, grande tessitore di alleanze e animatore delle serate di gala romane.
Sorrentino ci sbatte sotto gli occhi con inaudita lucidità un modo di gestire il potere, spietato, infido, tutto incentrato su sottili equilibri di potere, dove l'entusiasmo e l'idealismo di operare per il bene pubblico sono completamente inesistenti. Il momento di critica più dura e diretta è nell'unico atto in cui Andreotti fa un dialogo di più di una manciata di parole. A mo' di catarsi, da solo, seduto su una sedia, elenca velocemente, senza tregua, quasi a liberarsi di un peso enorme spiega il male che ha compiuto, gli intrighi, le sue frequentazioni, che giustifica però con il perseguire del bene pubblico.

26 ott 2011

La ragazza con la pistola, Mario Monicelli, 1968

Due culture si confrontano in questa divertente commedia di Monicelli. Da una parte una Sicilia stereotipata, socialmente ed economicamente arretrata, dall'altra la swinging London,la cultura moderna, allegra e spensierata di una Gran Bretagna in pieno boom economico. Un viaggio tra due mondi distanti, incomunicabili, che in quegli anni era fatto da migliaia di immigrati italiani in fuga dalla povertà e dall'arretratezza. Assunta Patanè (Monica Vitti) non lascia la Sicilia a causa della povertà, la lascia per riprendersi l'onore perduto a causa di una notte trascorsa con Vincenzo Macaluso (Carlo Giuffrè) che scappa per non sposarla. E lei è costretta ad inseguirlo per riportarlo con sé o per ammazzarlo. Così, con l'immancabile valigia di cartone, l'immagine di san Giovanni e una pistola abbandona l'assolata Sicilia. La ragazza bigotta, ingenua, ma dalla grande forza trasforma quello che doveva essere un brevissimo viaggio in una scelta di vita definitiva. Si lascerà alle spalle le stradine sterrate del suo paesino sul mare, i vestiti neri, la famiglia, la vergogna del disonore. Sono proprio questi stereotipi che Monicelli deride portandoli ad un tale eccesso da renderli ridicoli.
Significativa la telefonata tra Assunta e Vincenzo durante una festa tipicamente borghese nella casa dove Assunta lavora. Le parole infervorate sull'amore, sulla fedeltà, sull'onore che Assunta scambia con Vincenzo, quando vengono tradotte agli sbigottiti ospiti appaiono loro come la rappresentazione di un teatrino del passato.
Ma questo scontro che all'inizio è così stridente da provocare episodi grotteschi si attutisce con la lenta trasformazione di Assunta che via via si adegua ai modi di vivere della società inglese, sancendo così la rinuncia alla vita precedente.
Il processo di crescita si conclude con il superamento dell'ultimo stereotipo. La ragazza che a inizio pellicola urlava meglio morta che disonorata, io donna onesta sono, si concede una nottata si sesso con Vincenzo, ben sapendo però che sarà solo un'avventura senza futuro. E proprio nel confronto tra lei e Vincenzo si evidenzia la portata del suo cambio. Lui è restato un siciliano puro e non ha rinnegato le sue origini. Le chiede di rinunciare alla libertà, di sottomettersi a lui, di tornare in Sicilia ma in un'altra città in modo che nessuno possa conoscere il passato disonorevole. Lei asseconda le sue richieste come se stesse recitando, ma è ormai una donna totalmente nuova e le parole di lui sono echi un passato così lontano da sembrare ridicole.
Bottana eri e bottana sei rimasta” dice uno sconsolato Vincenzo quando si rende conto di essere stato semplicemente usato.

24 ott 2011

Obiettivi


Esiste una direzione? Esiste una meta a cui siamo predestinati?
Io da tempo non ci credo, non credo agli obiettivi e mi trascino alla giornata guardando la vita scorrere come un osservatore esterno. Ma l'altra sera un amico mi guardò negli occhi e mi chiese come facevo a vivere senza un obiettivo. “Non porsi degli obiettivi equivale a decidere che, poiché la vita non ha senso, non vale la pena viverla”.
E così per l'ennesima volta mi sono trovato a rigirarmi insonne tra le lenzuola.
Non sarà ancora una volta la paura? Paura di non essere all'altezza, paura di restare deluso. Potrebbe però anche essere insofferenza. Non c'è niente di così importante che valga la pena inseguire.
Bel dilemma.
Il mio amico diceva che non è importante la meta, bensì la lotta per conseguirla. Attraverso la lotta ci si sente vivi e arrivano le soddisfazioni.
E così ho deciso di provarci, a mo' di gioco. Ed eccomi qui a cercare degli obiettivi più o meno credibili da perseguire. Obiettivi piccoli piccoli, umili, da raggiungere in fretta in modo da poterli immediatamente rinfrescare.
Ma quali?

23 ott 2011

La famiglia, Ettore Scola, 1987

con Vittorio Gassman (Carlo), Stefania Sandrelli (Beatrice), Fanny Ardant (Adriana)

Un grande salone di una casa borghese, una famiglia numerosa in posa per una foto ricordo nel giorno del battesimo del protagonista, Carlo. La lentezza esasperata nel fare la foto permette a Carlo, voce narrante, di presentare i membri della sua famiglia.
C'è il nonno, professore di letteratura, i genitori, artisti, le sorelle zitelle del padre, il cugino Enrico e altri parenti, che saranno una presenza secondaria però stabile nella grande casa familiare.
Infanzia e giovinezza di Carlo sono riassunti con singoli episodi, fino ad arrivare al punto saliente della sua vita, l'incontro con Beatrice e Adriana.
Adriana, ragazza dai capelli corti e dalla gonna corta, musicista, entra prepotente in scena. È amore a prima vista, intenso, però un amore che dura lo spazio di una primavera, un amore che non “resiste alla pioggia”.
E così con un taglio temporale ci troviamo di fronte ad un fatto compiuto, Carlo ha sposato Beatrice, la sorella di Adriana.
Il tempo scorre in fretta. Si intuiscono le varie epoche storiche italiane, l'avvento del fascismo, la guerra, il dopoguerra.
Ettore Scola rappresenta perfettamente l'incompiutezza della relazione tra Carlo e Adriana non trattando mai direttamente il problema, a parte in tre momenti cruciali.
Durante una cena carica di tensione in cui Adriana torna a Roma accompagnata dal fidanzato, chiede scusa a Carlo per essere scappata. Durante le vacanze della famiglia Carlo trova l'ccassione per restare solo in casa con Adriana. I due parlano dello sbaglio fatto nell'allontanarsi e confessano di amarsi, però il peso di Beatrice e della famiglia di Carlo è troppo grande per cambiare le cose. L'unica soluzione è cercare di dimenticare questo amore impossibile.
In seguito alla morte di Beatrice, quando entrambi sono vecchi ed è arrivato il momento dei rimpianti.
Adriana dice a Carlo che Beatrice ha sempre saputo della relazione giovanile tra i due, però non ha mai detto nulla per paura di perdere Carlo. E Carlo si sfoga dicendo che grazie a Beatrice ha potuto avere una vita quasi felice, una famiglia, una stabilità, mentre con Adriana avrebbe avuto una vita di liti, fughe, discussioni e tormento. Questa presa di coscienza è un ennesimo fallimento. Carlo non è stato capace di manifestare amore a Beatrice quando era viva ed ora che è morta la rimpiange. Così a rimpianto si somma rimpianto.
Il film termina come era iniziato, con una foto ricordo. Stavolta è Carlo nelle vesti del patriarca con i suoi ottant'anni, circondato da una famiglia ancora più numerosa di quella di partenza.

22 ott 2011

Alternative all'automobile nel cebano?

L'aumento della popolazione, il traffico, il disastro ecologico hanno reso attuale la riflessione sulla necessità di trovare un sistema di trasporto diverso dall'automobile. Il discorso coinvolge principalmente le grandi metropoli dove il problema è più evidente, ma arriverà anche nelle piccole realtà sulle spopolate Alpi.
Ma è davvero pensabile rinunciare all'automobile in paeselli di montagna dove per qualsiasi cosa bisogna scendere a valle?
Da marzo vivo a Viola, piccolo borgo sulle Alpi Marittime, senza automobile. Solitamente mi sposto in bici e a volte utilizzo il raro e scomodo trasporto pubblico.
Gli aspetti negativi della bici si vedono nella borsa da bici con abiti di ricambio, nella lentezza nel raggiungere la destinazione, nel sudore nel risalire le anguste strade di montagna, nel vento gelido che scortica la faccia, nelle automobili che sfrecciano al lato inondandoti di fumo.
Ma non tutto è negativo. La lentezza della bici può essere metafora di una scelta di vita. Smetterla di scorrazzare a velocità folle ma imprimere al ritmo di vita una lentezza necessaria per apprezzare quanto scorre sotto il naso.
I luoghi che visti dal finestrino dell'auto si fanno liquidi e indistinti a causa della velocità, in bici riacquistano una dimensione reale fatta di persone, immagini, suoni, sapori, odori. E così, tornando da una serata alla biblioteca di Mombasiglio nel mese di luglio, mi ritrovo immerso in un mare di lucciole che mi accompagnano lungo la salita. 
E sapere di avere bisogno di sforzo e tempo per spostarsi mette in discussione tutto. Non è ovviamente possibile pensare di andare a mangiare la pizza a Cuneo ogni sera, né di andare a prendere un caffè a Ceva, né di vivere a Viola e lavorare a Mondovì. Gli spostamenti devono essere ragionati e razionalizzati.
Ma riassumendo la mia esperienza personale, con il modello di vita della società attuale, la bici nei paeselli di montagna attualmente non riesce ad essere una soluzione. Per adesso i carabinieri che mi hanno fermato l'altra sera mentre stavo pedalando in piena notte hanno ragione. “La gente che gira in bici di notte non ci piace” e in effetti di notte in bici girano solo pazzi, visionari o squattrinati, categorie che rappresentano il disordine sociale e non possono certo piacere alle forze dell'ordine.

18 ott 2011

Democrazia

Recentemente il Corriere della sera ha pubblicato una lettera spedita dalla banca centrale europea al governo italiano nella quale sono elencate le misure da attuare per calmare il mercato. E così tali raccomandazioni sono state prontamente inserite nella manovra finanziaria. La mia prima reazione è stata di soddisfazione. Meno male che ci pensano i banchieri ad obbligare il nostro incompetente e parassitario governo a fare qualcosa di utile per migliorare la disastrata situazione economica.
Ma poi, ripensandoci, vedo che questi pensieri sono esclusivamente frutto del disprezzo verso Berlusconi e la classe politica in generale, un disprezzo però che non può nascondere la gravità di questa lettera.
Si evince che BCE e mercati finanziari hanno una forza tale da costringere e controllare l'operato dei governi. In altre parole esiste un organismo non scelto dai cittadini più forte di quanto in teoria è l'emanazione del volere dei cittadini. Paradossalmente questa cosa è sentita come positiva da una forte minoranza di cittadini stessi.
A questo punto la riflessione sul ruolo della democrazia è d'obbligo. Le persone che reggono questi organismi ci appaiono come serie e responsabili e di solito fanno egregiamente i propri interessi. Non così si può dire della classe politica.
Perché?
Gli uni sono scelti da una ristretta cerchia di persone involucrate e consapevoli. Gli altri sono scelti da una massa amorfa e facilmente condizionabile e controllabile attraverso i mass-media.
I politici hanno ben chiaro che il volere della popolazione è attenuato da questa distorsione e possono permettersi di fare scelte che vanno contro il bene pubblico. Di solito le loro decisioni sembrano arrivare dall'alto, come se loro, illuminati, decidessero per il bene di questa popolazione ignorante bisognosa della loro tutela.
L'esempio della TAV in val di Susa in questo aspetto è scuola. Qualcuno ha deciso che è necessaria. La decisione ovviamente non è frutto del confronto con la popolazione, per lo più senza mezzi per capire se effettivamente è necessaria o no. La decisione presa si propina come un dogma, un fatto ormai compiuto. Stranamente questa volta ci sono state proteste poiché qualcuno pensa che la decisione è contro il bene della comunità. A questo punto quello in un contesto dove tutte le parti in campo rispettino la capacità dell'altro di decidere, si dovrebbe aprire una trattativa, dove vengano messi in luce tutti gli elementi necessari per prendere una decisione consapevole. Fatto questo è legittimo che non tutti siano allineati sulla stessa idea e un'elezione fatta con elettori informati e consapevoli sancirebbe il da farsi. Ma non è mai così. Ci si nasconde dietro a slogan, sviluppo, progresso, costi, mafia, per mascherare il problema ed evitare che troppe persone possano capire.
E persone che non capiscono, solo in balia di slogan e simpatie personali non potranno mai votare consapevolmente, quindi il loro voto non dovrebbe essere accettato come valido. Ed è questa purtroppo la strada che stiamo imboccando. Invece di correre ai ripari e investire nell'istruzione e nella formazione, si sta portando il dibattito politico a livelli sempre più demenziali per togliere ogni tipo di legittimità al voto.
E così siamo al punto che attualmente in Italia la democrazia è solamente un'utopia fallimentare.

16 ott 2011

Jeux d'enfants, Yann Samuel, 2003


L'amore, il gioco, la tragedia, la vita, la morte; tutto entra in questo coraggioso esperimento di Yann Samuel. È la storia di Julien e Sophie, la storia di un'unione indissolubile dalla quale tutti gli altri restano esclusi. È una relazione esclusiva, escludente, perversa, pericolosa e totalmente coinvolgente.
Parte da lontano, dall'infanzia, quando due bambini colpiti da problemi più grandi di loro decidono di giocare per fuggire da questa vita che li ha messi alla prova così presto. Il gioco è un gioco pericoloso, cap, pas cap che come spiega Julien ha bisogno solo di una bella scatolina e una buona amica. Cap, pas cap è una sfida costante che si lanciano i due bambini, una sfida che li porterà a fare ogni tipo di mascalzonata. Il tempo del film non è lineare ma fatto di salti di dieci anni. I due bambini diventano due adolescenti che non rinunciano al gioco, anzi crescendo ne testano i limiti estremi. Sono limiti autodistruttivi che portano a forme di pazzia e di esclusione dalla società. Il centro della loro vita è la loro relazione; tutto il resto ha un'importanza secondaria.
Sophie ha un esame di matematica e Julien la sfida a presentarsi con la biancheria intima indossata sopra i vestiti. La ragazza non si tira indietro e i risultati all'esame sono catastrofici.
Il padre di Julien capisce la pericolosità del gioco e gli intima di non vedere più Sophie. Forse per questo o per le vertigini di vedersi al bordo di una voragine che Sophie sembra non temere, Julien si allontana dall'amica.
Si concentra sullo studio per trovare una professione di successo, si sposa, crea una famiglia. Tutto sembra evocare il suo trionfale ingresso nella vita borghese, ma è solo illusione perché la promessa di Sophie lo perseguita: si rivedranno tra dieci anni. E quando allo scoccare dei dieci anni Sophie appare nuovamente, la fragilità della sua costruzione viene travolta. La fine del film è un inno all'amore effimero. L'unico modo per preservarlo è imbalsamarlo nel presente. Sophie e Julien si calano nelle armature di un pilastro e aspettano la colata del cemento abbracciati per seguire il sogno dell'amore senza fine.

15 ott 2011

La notte, Michelangelo Antonioni, 1961

con Marcello Mastroianni, Jeanne Moreau, Monica Vitti, Bernhard Wicki, Rosy Mazzacurati, Maria Pia Luzi

Giovanni e Lidia, marito e moglie, ci vengono rappresentati nelle poche ore che vanno tra un sabato pomeriggio e l'alba della domenica.
Il primo atto è la visita all'ospedale di un amico morente, Tommaso. E qui la frase di Tommaso, ancora estremamente lucido nonostante la morfina, ha il peso di un macigno: "quante cose restano da fare. Mi viene il sospetto di essere rimasto un po' ai margini di un'impresa che invece mi riguardava. Non ho avuto la forza di andare a fondo".
Ed è proprio questa difficoltà a vivere che Antonioni esplora con estrema lucidità.
Giovanni, nonostante l'immagine dell'uomo affermato e felice, è l'emblema della passività. Non si accorge o non è interessato alla sofferenza di Lidia. Quanto all'ospedale una ninfomane lo attira nella sua abitazione, lui non fa nulla per opporsi e si lascia trascinare passivamente da questa grande forza senza realmente capirne il motivo.
Poi si trascina alla presentazione di un suo libro dove viene risucchiato nel mondo letterario milanese. E mentre viene sbalottato da un discorso all'altro, Lidia gironzola per le strade deserte di Milano. Stacca l'intonaco di una casa in rovina, lancia occhiate ai pochi passanti, interrompe una lite tra due ragazzi, osserva uno spettacolo pirotecnico creato da un gruppo di ragazzi. Ma sono tutte situazioni senza una reale importanza che sembra semplicemente osservare in modo distaccato quasi non fosse lei a compierle. Sono situazioni che si trascinano lente e stanche. Sembra non accada nulla.
Giovanni, tornato a casa, non capisce l'ingiustificata assenza della moglie. La cerca per un po' e poi si addormenta. Quando finalmente Lidia lo chiama per farsi venire a prendere, Giovanni non affronta minimamente i motivi della sua ingiustificata fuga.
I due finiscono in un locale per non restare a casa. È un locale deserto dove guardano il sensuale balletto di una ballerina nera; il vago tentativo di Lidia di instaurare un dialogo con il marito viene eluso stancamente da lui.
Il climax finale si raggiunge alla festa nella ricca mansione di un industriale milanese. Qui Giovanni rimprovera alla moglie di non riuscire mai ad essere felice. Lei si aggira come un fantasma tra gli invitati, incapace di mischiarsi all'ambiente.
Lui seduce Valentina, l'annoiata figlia dei padroni di casa, una giovane ragazza disillusa e solitaria.
Lidia assiste alla scena ma continua nel suo girovagare solitario. Accetta un invito in macchina di uno sconosciuto che cerca di conquistarla, però quando l'uomo prova a baciarla si tira indietro.
Un breve dialogo tra Lidia e Valentina evidenzia le paure di Lidia. Non è in grado di gestire il passare del tempo e la mancanza di significato della vita.
Questo dialogo confluisce naturalmente alla confessione finale in cui Lidia dice a Giovanni di non amarlo più. È l'unico momento dove l'atmosfera narcolettica del film viene scalfita. Trapela infatti con forza la disperazione di Lidia che non sa vivere senza amare Giovanni, ma non riesce più ad amarlo.
La conclusione, fatta dell'immagine dei due sposi che si baciano appassionatamente coricati sull'erba, lascia aperto un lieve alito di speranza.

El mundo de Sofía

Leo en estos días “el mundo de Sofia”. El profesor de filosofía Alberto Knox escribe a Sofia que los adultos, viviendo, pierden la capacidad de sorprenderse. Pero es fácil sorprenderse delante de una naturaleza misteriosa y potente, mucho más difícil en una sociedad tan antropologizada y decadente como la nuestra. Estoy metido en un rio con mucha agua y corriente, bajo a toda ostia intentando mantenerme a flote y no tragar demasiada agua. En esta incomoda situación es casi imposible pensar si la dirección donde voy me agrada y aún más difícil es salir del rio. Salir del rio y empezar a pasear disfrutando del mundo, del cielo y del sol. El paisaje no puede ser hecho solamente por imágenes liquidas que escurren a toda velocidad en esta corsa loca que estoy haciendo.

10 ott 2011

The Keys of the Kingdom, A. J. Cronin, 1941


Il libro non è invitante. Fa parte di una collana di romanzi del novecento europeo che arrivavano a casa di mia nonna con Famiglia Cristiana. È da anni che vedo questi libri dalla copertina rigida impilati su uno scaffale. L'altra sera ne ho preso uno a caso con un gesto rapido, timoroso.
È la storia di un missionario, uno scozzese atipico, anticonformista che non riesce a sottostare ai dettami delle istituzioni della chiesa cattolica inglese. Una storia avvincente, ma dove l'etica cristiana ha un peso così forte che a volte si ha la sensazione di restare soffocati. Una storia di penitenza, di fede, di entusiasmo. Una storia triste.
L'ho letto rapidamente e poi ho subito rimesso il libro con gli altri. Non ho osato prenderne un altro dalla polverosa collezione.

8 ott 2011

L'appartement, Gilles Mimouni, 1996

con Vincent Cassel, Monica Bellucci, Romane Borhinger

Un gioielliere descrive tre anelli nuziali che sembrano rispecchiare tre tipologie distinte di donna. Max Mayer, dovrebbe comprarne uno da regalare alla futura moglie, ma non sa scegliere. La sua indecisione è chiaramente una metafora che svela fin da subito le misere intenzioni del film. Non c'è sorpresa quando Max si trova coinvolto in una complicata situazione che lo vede protagonista in compagnia di tre donne.
Una, Muriel, è la moglie, personaggio secondario che resta un'immagine sfocata di donna innamorata e ingenua.
Una, Lisa, è misteriosa, sensuale e sfuggente.
Una, Alice, è una triste cenerentola.
Dopo due anni in stand-by il ritorno di Max a Parigi risveglia bruscamente un passato mai assopito e mette fine all'illusione di una piacevole tranquillità fondata su matrimonio e un lavoro appagante. Infatti a Parigi, l'inaspettata apparizione di Lisa, suo antico amore, lo colpisce come uno schiaffo a dimostrazione che il passato non è così passato.
Con il flash-back questo amore passato ci viene mano a mano svelato, ma il presente è ancora troppo debole per far si che lo spettatore ne sia interessato. Sono patetiche le scene dell'antipatico protagonista che gioca a fare l'investigatore privato inseguendo Lisa per le strade di Parigi, come patetiche le espressioni da ebete che gli si dipingono in volto nello sforzo vano di non essere scoperto.
Mentre Max insegue l'amore apparentemente impossibile di Lisa è a sua volta inconsapevolmente seguito da Alice, la nostra cenerentola tutta timidezza e malinconia. Pensando di aver scoperto l'appartamento di Lisa ci si introduce furtivo, non immaginando però di aver trovato l'appartamento di Alice, che a sua volta sta tessendo la sua trappola per irretirlo. E non deve faticare molto nell'intento, lo convince dapprima, sfruttando l'immancabile temporale, a passare la notte nel suo appartamento e poi, mentre Max dorme su una sedia al lato del suo letto, si avvicina e lo bacia. I due, rischiarati dalla luce intermittente dei lampi, si esibiscono così in una tristissima scena di sesso. Per creare ulteriore marasma il migliore amico di Max è innamorato ad insaputa di Max proprio di Alice.
Le storie si intrecciano sempre più vorticosamente ma sembrano portare ad un finale scontato. Però il finale non è scontato poiché inspiegabilmente Max, dopo aver letto il diario di Alice, si innamora di quest'ultima e rinuncia a Lisa. Dopo il classico lungo bacio con aerei sullo sfondo, viene però bruscamente riportato alla realtà dall'apparizione della moglie che sembra richiamarlo ad una tranquillità borghese, quasi come se questo intreccio sconclusionato di storie non fosse stato nient'altro che un sogno.

7 ott 2011

Pioggia

Una serata estiva, un luogo magico nel cuore della Sierra Madre. Siamo a mille metri d'altezza e sotto di noi si può intravedere il mar dei Caraibi. Inizia a piovereCi precipitiamo in tenda. Una tenda viola appartenente all'universidad del Norte di Barranquilla. Lavoriamo ad un progetto di scavi archeologici. Io faccio da assistente a Margarita che è la responsabile del progetto. È dal mattino che scaviamo, terra e sudore e null'altro. Sono bagnato. La pioggia dei Caraibi arriva improvvisa sotto forma di diluvio. Non lascia tempo per scappare.
Margarita mi guarda con i suoi occhi nerissimi e indecifrabili. I capelli corvini gocciolano sulla maglietta sporca di terra. L'odore d'umidità mi entra nelle radici come una sferzata. È la forza incredibile dei tropici, la forza della natura contenuta a stento dall'uomo. Qui posso intuire come si sentiva l'uomo primitivo quando non aveva ancora assunto il dominio totale e completo sulla natura circostante.
La luce in tenda è fioca. Ci cambiamo vergognosi cercando di nasconderci il più possibile allo sguardo dell'altro, ma in modo indiscreto per non fare i bigotti. Non posso farci nulla, immaginare i suoi occhi profondi sul mio corpo mi fa sembrare indifeso. Non amo sentirmi indifeso di fronte a lei. Le gocce colpiscono con forza imperiosa la tenda che oscilla in balia del temporale tropicale. Attraverso lo stretto spioncino della tenda osserviamo gli alberi ondeggiare e la cascata d'acqua che inonda ogni cosa. Il vapore acqueo che entra dallo stretto spioncino mi bagna il viso. Mi ritraggo. Gli occhi neri di Margarita sono a pochi centimetri dai miei. Resto sconcertato da questo miscuglio di bellezza e potenza della pioggia. Il suo alito caldo mi accarezza il viso reso sensibile dall'umidità. Si sposta e cerca di alzarsi per cercare una lampadina. È difficile muoversi in una tenda sballottata dal vento, senza poter toccar le pareti bagnate. La forza di gravità dei nostri corpi è più forte. Cade, il suo viso contro il mio, il suo corpo avvolto in una scura tuta da lavoro contro il mio. La guardo a lungo e mi perdo nel baratro di questa profondità senza tempo. Sono le sue mani a riportarmi indietro. Le sue mani che scrutano il mio corpo, la sua bocca che segue i contorni nella mia, i suoi denti che mi attirano in una spirale di dolore e piacere. Siamo come l'acqua che ci circonda, ci muoviamo a ritmi antichissimi, ci rigiriamo sul pavimento bagnato della tenda, ma presto ne usciamo. C'è troppa energia per inglobarla in una tenda scossa dalla tormenta tropicale. Ora è la volta d'acqua il nostro orizzonte. Goccioloni così grossi e intensi che ho la sensazione di stare nuotando. Siamo abbracciati e sento la sua pelle bagnata su ogni centimetro del mio corpo.
Non piove più. Siamo nudi, stiamo guardando il cielo e il pericolo di questa situazione mi risveglia sensazioni assopite. Due corpi indifesi alle insidie delle foresta.

3 ott 2011

Domenica


La domenica è la giornata per stare in famiglia. I parenti arrivano alla spicciolata. Prima una macchina, poi un'altra e d'improvviso le sedie intorno al tavolo del grande cortile della casa familiare sono tutte occupate.

Dialoghi conosciuti che odorano a passato. Si parla di persone che tutti conoscono, di storie già sentite. Sono conversazioni corte, superficiali. Lunghi anche i momenti di silenzio, ma non pesano.