30 nov 2011

Librando


Cosa mi spinge ad avere nella lista dei miei siti preferiti il blog librando. Perché ho ricopiato tutti i post su un documento word per averli più vicini e poterli rileggere e rileggere fino a tatuarmeli sulla retina. Cosa cerco in recensioni di libri che per la maggior parte non ho letto e probabilmente non leggerò, a meno nel breve periodo.
Sono queste le domande che mi sono fatto stasera, quando inconsapevolmente le mie dita hanno cliccato d'abitudine sul link a librando e miei occhi si sono ritrovati a scorrere tra le righe dell'ultima recensione.
Possono le recensioni essere considerate come una qualsiasi altra opera letteraria o sono l'opera incompleta per antonomasia, subordinate alla lettura del libro di cui parlano? I post di Bens fanno pendere la bilancia verso la prima ipotesi. Bens non ci parla mai di un libro, ma sempre della relazione che lei ha con quel libro. Sono relazioni d'amore, conflittuali, complesse, passionali, di odio di cui ci parla con estrema lucidità, con una buona dose di coraggio per farci entrare in una sfera così intima. Ed è una curiosità molto simile a quella del voyerista ad attrarmi verso queste parole così spudoratamente belle che parlano di un magico filo che corre tra lei e i suoi amati libri.



29 nov 2011

Una vecchia signora

Poche case di pietra. Quasi tutte disabitate. Il bianco della neve. Il marrone dei castagni spogli. Sono camminate solitarie in questo bosco sconosciuto. Una valle stretta, isolata.
Una radura si affaccia davanti ai miei occhi. Uno spazio sepolto tra alberi fitti. Due occhi antichi mi osservano. Mi fermo. Sono occhi diffidenti, abituati a proteggere il territorio. La radura è coperta di crescione, un'insalata piccante che nasce nell'acqua. Ha un cestino con sé; lo riempie veloce. Si allontana rapida. Ora è l'artemisia. Siamo in un prato soleggiato. La neve si è sciolta quasi completamente. La borragine, le foglie di primule. Tutte le erbe hanno una storia. Storia che vengono dalla sua infanzia. La seguo ancora. Vive vicino ad un piccolo ruscello. Sono irrimediabilmente attratto da questo spazio buio che si apre di fronte a me. Uno spazio fatto di cemento al suolo, finestrelle piccole, sedie sparpagliate attorno ad un tavolo coperto da una cerata plasticosa.
Marmellate, liquori di erbe, barattoli con erbe secche occupano l'unico scaffale della cucina.
Il fuoco si accende rapido. Parla in un piemontese scarno, essenziale, interrotto da sorrisi duri. Per lo più è silenzio. Il silenzio della notte, il silenzio della casa.
Cosa stai cercando, mi chiede. Non so risponderle. Mi siedo e la guardo aggirarsi tra le pentole. Ma cosa faccio seduto su una sedia a casa di una vecchia contadina. Mi guardo le mani. Non so alzarmi. 

28 nov 2011

La finestra


Passo il tempo seduto sul davanzale di una vecchia finestra. Sono paesaggi familiari quelli che mi riempono le pupille, una strada asfaltata stretta e sgangherata che si inerpica fino ad un colle, anticamente transitata dai pellegrini diretti a Santiago de Compostela ma oggi praticamente deserta.
Ieri nevicava ed oggi tutto è bianco. Una lieve nevicata, un anticipo fuori stagione di inverno. I castagni che dominano il paesaggio ancora non hanno perso le foglie. Quando la neve cade sulla foglia, l'inverno non da noia, dicevano i vecchi. Ma era un modo per farsi animo, perché quando nevicava in anticipo le castagne rimanevano sotto la neve e nel lungo inverno si stringeva la cinghia. Le castagne erano tutto, erano cibo, sopravvivenza, lavoro, abitudine, amori che arrivavano con le castagnere venute dalla lontana Ormea. Ora per i pochi rimasti sono un concentrato di ricordi, di racconti, di tradizioni, di leggende. I tempi sono cambiati, e se i castagneti sono ancora ben curati e puliti, le castagne non ci sono più. Le piante hanno preso una strana malattia venuta da lontano, dalla Cina. Una larva si insidia nelle foglie, si nutre di loro e quando ne ha preso tutto il nutrimento se ne va, lasciando le foglie secche e raggrinzite. E con le foglie sempre più spesso sono gli alberi a morire e Viola perde poco a poco la sua anima.
Con lo sguardo seguo distrattamente la strada. Su, tra gli alberi, si intravede la borgata Bianche. Ci vivevano una decina di famiglie in quelle poche case di pietra accatastate una sull'altra. Quando nevicava si vedevano partire uomini armati di pale che arrivano fino alla nostra borgata dove erano accolti con vino e castagne. Noi spalavamo fino alla Riva e anche qui c'era un'accoglienza fatta di vino, castagne e sorrisi riconoscenti. E così si creava un sentiero stretto che tra alte pareti di neve permetteva a tutti di raggiungere valle.
Come una visione dissonante appare una giacchetta rosa. È di una bambina che cammina a passo svelto nell'aria gelida. Ha in mano una borsa da gettare nel contenitore dell'immondizia. Alza gli occhi e mi saluta contenta. È l'unica bambina della borgata; lunghi capelli neri e occhietti allungati che vengono da lontano. Stefano, il figlio di mia sorella, non ha trovato a sposarsi in paese e pochi anni fa è andato a prendere moglie nelle Filippine.
Inizia a piovere. Nella valle chiusa riecheggia il fragore del ruscello, un rumore sordo che attraversa il vetro sottile per infrangersi contro i miei timpani aridi. Il tempo è ovattato come il cielo. Passano le ore. Sulla retina resta impressa l'immagine di questo serpentone grigio, deserto. Poi un ombrello rosso attraversa lentamente il mio spazio visivo. Si trascina stanco, zoppicante, come l'uomo che lo sorregge, Giovanni, ultimo superstite di una borgata vicina. Io resto immobile, impietrito e quando l'immagine è svanita i miei occhi si riempono di lacrime. Sono poche lacrime stanche che emergono dal passato. Sono un rimpianto amaro. Giovanni è stato l'amore impossibile. Nelle lunghe serate autunnali si riunivano varie famiglie per scegliere le castagne. Insieme il lavoro si faceva più in fretta ed era meno noioso. Eravamo ragazzi. Spalla a spalla, seduti al tavolo di una buia stanzetta. Intorno a noi i visi duri dei contadini, sacchi di castagne secche che venivano rovesciati sul tavolo per essere scelti, pintoni di vino di quello pestato in casa, castagne morelle da sciogliere in bocca. Io quelle sere mi annoiavo, ma non quando c'era anche Giovanni. I contatti casuali sembravano prolungarsi all'infinito e quando lui mi guardava era con occhi così dolci che dovevo stringere i denti per non piangere. Ci baciammo una sera d'inverno, quello stesso anno, nell'angolo più scuro della stalla dove ci si riuniva per giocare a carte. Fu un bacio appena accennato, sofferto che ci spaventò tanto da allontanarci per sempre. Io dopo quella sera scappai dal paese e cercai la città, lui restò ma non si sposò mai.

27 nov 2011

Montagna al passato

Cammino veloce su uno stretto sentiero di pietre. Vorrei arrivare in un buon punto per vedere il sole nascere, ma in fondo non credo a quello che si dice che l'alba migliore sia in montagna. Mai sono riuscito a vederne una. Sempre c'è una montagna più alta, un avvallamento che ancora copre il sole quando le cime attorno sono già ben illuminate. Cammino immerso in un silenzio irreale, pesante. Le sagome delle piante sono ombre nere su uno sfondo che con il passare dei minuti si rischiara. Anche questa volta l'alba sarà un miraggio. E quando il cielo si fa arancione il paesaggio visivo si allarga. Vedo un lago, uno specchio d'acqua turchese su cui si riflettono gli alberi bassi cresciuti intorno. Sento attorno a me la presenza delle alte vette che mi sovrastano. Il posto ideale per piazzare la tenda e godermi questa settimana di vacanza. L'acqua del lago è gelata. Un pozzo variopinto con un richiamo irresistibile. Un piede, poi l'altro; il freddo fa male alle ossa e senza accorgermi sto nuotando leggero sulla superficie levigata. Nuoto in fretta, bracciate nervose per scaldarmi e quando esco dall'acqua mi riverso sull'erba.
Una tenda, pochi libri, cibo, un esperimento di solitudine. Mi siedo al sole e guardo l'orizzonte. Come affrontare la solitudine? È perché sto cercando la solitudine? Mi incammino leggero verso la cima di Collalunga. Un passo dietro l'altro, grigio delle pietre e azzurro intenso di un cielo terso. Non c'è altro, solo io, la montagna e il cielo. Solo quando è la luce della luna a rischiarare il sentiero raggiungo di nuovo la piccola radura dove è sistemata la tenda. È una luce avviluppante, argentea, così forte da mostrare i contorni delle cose. E questi raggi notturni si riflettono su una piccola tenda violacea, una tenda scura che sorge a pochi metri dalla mia.
E questa la ricerca della solitudine, penso stizzito. Con tutto il posto che c'è.
È mattina e mi siedo su una roccia. Urlo come non urlavo da tempo. Un suono acuto, gioioso in quest'aria limpida che si mischia ai rumori del giorno che nasce. Non sono molti i rumori sulle Alpi.
Probabilmente a causa di questo rumore dissonante la tenda violacea che tanta noia mi diede ieri si apre lentamente. Marta, il ricordo di un passato che credevo sepolto è in piedi davanti alla tenda e mi fissa sorpresa. Anche nel mio sguardo l'indifferenza iniziale è subito stata sovrastata da sorpresa e poi panico. Non credo al caso, non credo al destino, quindi questa apparizione improvvisa può solo sconcertarmi.
La saluto freddamente per mascherare una reazione inaspettata.
Marta mi riporta prepotentemente a Viola, alle origini. Viola è un paese piccolo, poche case sparse in una valle stretta che solo in prossimità della chiesa si inspessiscono un po' creando una sorta di centro storico. E in una di queste case, all'ombra del campanile, viveva Marta. Io non avevo quella fortuna, vivevo dall'altra parte della stretta valle in una cascina di una borgata sperduta nei boschi. Ma ogni giorno la scuola o piccole commissioni che mi incaricava mia madre mi portavano al paese. Un'ora di cammino per il ripido sentiero che scendeva al fiume per poi risalire sul più ricco versante al sud. Mi piaceva quel sentiero, ad ogni passo rievocavo luoghi famigliari. Lo facevo da solo; il tempo di quando a Viola vivevano centinaia di persone e anche da questa parte della valle c'era la scuola è lontano. Mia madre mi raccontava questi tempi andati nelle serate invernali. Loro a scuola erano in tanti. Da queste borgate ora deserte scendevano frotte di bambini con il libro sotto l'ascella per stiparsi in un'auletta piccola che li conteneva appena. Noi invece alle elementari eravamo una ventina, 5 anni di elementari accorpati in una unica stanza. Del mio anno eravamo in tre, Andrea, Marta ed io.
Con Marta sentii nascere un sottile filo di unione inspiegabile, un filo sottile però tenacemente resistente. Marta era bella, una bellezza pura e potente. La carnagione bianchissima, lentiggini, occhi vivacissimi. Si distingueva dagli altri per il suo atteggiamento aristocratico e la pelle bianchissima in un ambiente dove tutti eravamo bruciati dal sole. Sapeva di essere bella. I ragazzi più grandi incominciarono ben presto ad accorgersene e la invitavano ad uscire.
Ma questo era più tardi, già il tempo delle superiori quando la corriera ci portava a valle e io non ero più in classe con Marta. Era misteriosa, le piaceva essere il fuoco delle attenzioni, accettava a volte gli inviti più interessanti, ma sempre con un sorriso ironico, assente.
Io la guardavo da lontano. Passavo le giornate con Andrea, avevamo la comune passione per le grotte e la maggior parte del nostro tempo libero era indirizzato a questo. A scuola ci andavamo distrattamente, svogliati, e l'unica cosa positiva che mi ricordo era il viaggio di ritorno verso Viola sulla corriera.
Allora Marta spesso si sedeva con noi. Le piaceva sentire le nostre storie, le piacevano questi misteriosi nomi di grotta, immaginare cunicoli bui che scendono al centro della terra. Io speravo che le piacesse sentire la mia voce, però era solo fantasia. Però parlavo e parlavo senza poter smettere fino a quando sentivo questi curiosi occhi verdi che sembravano strapparmi l'anima. Poi io scendevo, prima di lei, dove iniziava la valle che io risalivo a piedi nel versante opposto alla direzione della corriera. La guardavo allontanarsi e poi mi incamminavo lungo il familiare sentiero. E così passarono gli anni delle superiori, anni intensi, agitati.
Una notte, di nuovo a casa per preparare un esame all'università, sedevo in una desolata stanzetta in un lato di una vecchia casa abbandonata con sotto gli occhi un libro di meccanica quantistica quando sentii un leggero picchiettio al vetro. Dita bianche che bussavano ironiche al vetro a pochi palmi dai mie occhi. Entrò sorridente dicendomi che le sembrava la serata ideale per passeggiare. La guardai sorpreso. Avevo scolpito in mento il lungo sentiero nei boschi che divideva questa stanza da casa sua, però da lei ci si poteva aspettare di tutto. Lei studiava psicologia, io fisica, in città lontane da Viola, città diverse ed era molto che non ci vedevamo.
Perché mi guardi con quegli occhi sbarrati, mi chiese canzonatoria. Mi spaventano i fantasmi le risposi e chiusi il libro. Non volevo più studiare, ero perso in quei suoi occhi ironici che mi guardavano enormi.
Ti va di passeggiare, mi chiese. Eccome se mi andava. Camminammo molto quella sera. Ci venivano incontro i rumori misteriosi del bosco notturno, il fischio degli uccelli, i profumi dell'erba. Mi chiese se ancora andavo in grotta. Era molto che non ci andavo più ma non era per quello che non riuscivo più a parlare. Quella sera i suoni del bosco era tutto quello di cui avevo bisogno. Mi sembrava una musica così bella che solo la dolce voce di Marta aveva il diritto di interrompere. E ora era lei a raccontare, raccontava dell'università, della città, degli studi, di musica. Fu una notte particolare, una notte infinita. Nessuno dei due voleva che finisse. Furono parole, passi, silenzio, sguardi, cielo, ma furono soprattutto le sue labbra che si posarono sulle mie, le sue mani che mi accarezzavano dolcemente, i suoi occhi grandi così vicino ai miei da inglobarli. Era mattino quando tornai a casa volando nell'aria ed era sera quando scoprii che Marta era partita. Allora non sapevo che non l'avrei mai più rivista fino ad oggi.

25 nov 2011

Mierda!

Cuantas noches, cuando la mayoría de la gente ya está amontonada en los rincones más escondidos, demasiado borracha para seguir, el discurso cae sobre un tema que muchos amamos, la mierda. Aquel gesto tan intimo y placentero que repetimos días tras días.
Hay mierdas, excrementos, deyecciones, defecaciones, deposiciones, excreciones, evacuaciones, detritos, heces, cacas, cagadas, boñigas. Esta recopilación está basada en la experiencia personal, en las de los colegas, en las de los antiguos compañeros de piso y en una lista que gira in internet.
  • Virtual: aquella que cuando vas al baño la notas a punto de salir, pero una vez sentado no sale nada
  • Perfect: aquella que después de cagar, te limpias y ves que el papel de baño está perfectamente limpio, listo para sonarse la nariz
  • Fantasma: aquella que no deja rastro ni en el papel de baño, ni en las paredes de la taza 
  • Mochilera: aquella que nunca te deja y cuando ya te has restregado el papel 50 veces continuas a verlo marrón y sentir el culo húmedo. Entonces no te queda más remedio de meter un poco de papel entre culo y calzoncillos y salir disimulando
  • A dos tiempos: aquella que cuando has acabado, te has limpiado y ya tienes los pantalones a las rodillas, te das cuentas que aún queda algo para salir y tienes que sentarte otra vez
  • Hulk: aquella que para sacarla tienes que hacer un terrible esfuerzo que te infla las venas del cuello y de la frente, y casi te da un derrame cerebral al sacarla. Apretando puños y dientes, acabas reventado y verde por el esfuerzo
  • Explosiva: aquella que te da justo el tiempo de bajarte los calzoncillos y sale explotando mientras te estas todavía sentando. Suele manchar las paredes de la taza y el pavimento alrededor del la taza
  • Indiscreta: aquella que va acompañada de pedos tan contundentes que la gente de la casa empieza a mirarse disimulando la incomodidad. Suele aparecer siempre en casas de otra gente o por la noche
  •  Alcohólica: aquella después de una noche de juerga. Es muy negra, muy olorosa y de consistencia gelatinosa. Se necesita media hora para limpiar el wc y las nalgas donde se ha enredado
  • Inoportuna: aquella del estrés. Cuando sabes que no podrás cagar durante un tiempo largo y de repente sientes un ligero estimulo. Al sentarte no sale nada y después de varios minutos, congestionado por el esfuerzo de empujar, te rindes. 
  • Vendimia: aquella que sale a forma de racimo de uva
  • Splash: aquella que sale tan rápido que precipita como un meteorito en el charco de agua, mojándote totalmente las nalgas
  • Espía: aquella que después de tirar de la cadena reaparece por sorpresa
  • Aristócrata: aquella que no huele. Suele ser un perfect o un fantasma
  • Exorcista: aquella que sale de varios colores, que uno piensa que su culo está poseído por el demonio
  • Mcdonalds: aquella que sale tan rica de trozos de comida aún entera que casi te da pena tirar de la cadena
  • Alpinista: aquella que se agarrada desapercibida a los pelos del culo y te das cuenta solo cuando horas después pasas los dedos bajo los calzoncillos y los sacas marrones y malolientes
  • Drácula: aquella que deja un rastro de sangre en el papel
  • Estalactita: aquella que por más que aprietes el culo no se rompe y crea una conexión entre el ano y el fondo del retrete. Tienes que levantarte ligeramente y oscilar las caderas para que se caiga
  • Sorpresa: aquella que se confunde con un pedo. Decides que no hace falta ir al baño y cuando te das cuenta ya tienes los calzoncillos pesados
  • Arca de Noe: aquella que no hay forma de hundir, sigue flotando no importa cuantas veces tiras de la cadena. Tienes que empujarla con la escobilla pero a veces emerge con impulso
  • Dietética: aquella que es tan grande que después de cagar te secas las lagrimas y el sudor y vas a celebrar porque sabes que has perdido tres kilos
  • Anónima: aquella que se encuentra en los pisos compartido. Te está esperando cuando entras en baño pero nadie reivindica su paternidad
  • Ritual: también suele encontrarse en los pisos compartidos. Es aquella que hace tu compañero de piso, cada día a la misma hora por la mañana, cuando tienes que salir pitando para ir a currar
  • Habladora: aquella que te da tanto placer al salir que no puedes detener un gemido
  • Locuaz: aquella que duele tanto al salir que jurarías que viene atravesada y va acompañada de un profundo quejido de dolor.
  • Muesca: aquella que se queda pegada a las paredes de la taza y no hay forma de sacarla de allí. Al salir del baño tienes que mirarte alrededor para que nadie te vea. Si hay alguien en vista tienes que hacer como se te olvidaste algo y vuelves dentro a darle una rasguñada.
  • Filosofa: aquella que te hace cara de bobo cuando después de una cagada de tipo mochilera te das cuentas que no queda papel. Intentas limpiarte con el rollo de cartón vació, lo despegas y frotas para ablandarlo. Si esto no es suficiente se suelen usar los calcetines
  • Cayena: aquella que cuando sale parece una bola de fuego 
  • Pudin: aquella que se parece a la pasta dentífrica, muy pegajosa y que nunca termina de salir. Se parece a la alcohólica pero suele ser más abundante. Tienes dos alternativas: tirar de la cadena, o correr el riesgo de que se amontone y llegue a nivel de tu culo mientras permaneces sentado e indefenso. Si no hay bidé contribuyes a la deforestación por la cantidad de papel que necesitas para limpiarte.
  • Conejito: aquella que cae en bolitas pequeñas, duras y muy negras, que hacen un ruido muy divertido al caer al agua.
  • Playera: aquella que haces disimulando en el mar esperando que caiga a pico y sin embargo al rato la ves flotar a tu lado. Tienes que desmenuzarla con las manos y alejarte rápidamente del sitio.
  • Navideña: aquella que sale después de varias comidas muy pesadas, seguidas, cuando tu cuerpo está que revienta. Suele ser un chorro continuo, constante, inacabable de un liquido amarillento que te deja el ano que escueces como si fuera atacados por mi pulgas.


La lista es parcial porque hay tantos tipo de mierda cuantas son las cagadas. 

24 nov 2011

Yoga sciamanico

Leí en un folleto que se tenía un curso de yoga sciamanico. Es una casa grande, burguesa, en un pueblo cercano. Me encuentro sentado sobre alfombras, en un sótano oscuro. Olor a incienso, velas, música de tambores africanos. Diez personas y la profe. Nos dice de respirar veloz, inspirar, espirar, muy agresivamente, sin pausas. Un chute de oxigeno importante.
Todo estamos con ojos cerrado. La profe habla, nos dice de dejar de lado la racionalidad y sacar la parte animal, pasional. Nos dice de concentrar la respiración sobre las zonas sexuales, para despertar esta energía que es la mas potente. Nos dice de movernos, de sentir la música, de gritar, de llorar, de reír, de bailar, de saltar. Libertad absoluta. Respiración siempre extremamente rápida. Sudo, bailo, grito y respiro frenético. La enorme cantidad de aire que entra en mi cuerpo me hace daño. La oscuridad total me tira hacia dentro. Alucino sin darme cuenta. Tiemblo y me caigo. Frío, calor, frío. Han pasado tres horas y no me he dado cuenta. Nos sentamos en circulo, muy cerca, cogiendo las manos de los vecinos. Respiración siempre acelerada visualizando la parte sexual. La energía más pura, nos dice. Yo ya no entiendo nada, estoy perdido. Los oídos me pitan, el pecho me duele, el cuerpo sigue temblando. No puedo más y paro esta respiración orgasmica. Normal las primeras veces, dice. Se crea una energía muy potente en este sótano, una energía sexual agresivamente peligrosa. Entiendo porque en la historia la iglesia ha intentado controlarla y pararla.

23 nov 2011

Jill Bolte Taylor



Ho visto in lei la pazzia. Una neurologa trentaseienne si sveglia un mattino con un terribile mal di testa; capisce quasi subito di avere un ictus. Il suo primo pensiero: wow, fantastico! Quanti sono i neurologi ad avere avuto l'opportunità di studiare il loro cervello dall'interno? E mentre l'ictus fa il suo corso deteriorando rapidamente la parte sinistra dell'emisfero cerebrale, lei con la freddezza che accomuna folli e scienziati si diletta ad analizzare le sensazioni del suo corpo nella nuova situazione. La parte sinistra è razionalità, sede della consapevolezza della nostra individualità, sede del linguaggio, organizzazione della nostra vita. 
Le rimane attivo l'emisfero destro che le da una percezione del suo corpo e dell'ambiente circostante sbalorditiva. Perde la concezione dello spazio corporale, dell'individualità. Non riconosce più i confini tra corpo e ambiente, diventa parte integrante di un qualcosa più grande, energia che fluisce nel mare di energia cosmica. Unione con l'universo. Sperimenta il nirvana. Una descrizione terribilmente simile a racconti di persone sotto l'effetto di acidi. 
E nei rari sprazzi in cui l'emisfero sinistro si accende nuovamente, la strappa bruscamente all'estasi, le lancia segnali d'allarme, la richiama imperioso alla realtà, alla ricerca di aiuto. Viene soccorsa, subisce una delicatissima operazione e poi una lunghissima riabilitazione. Ora è completamente guarita, però la lunga mattinata in cui il mondo le è apparso in una luce così divina ha cambiato radicalmente il suo approccio alla vita. Ora cerca in maniera consapevole di dar maggior attenzione all'emisfero destro, cerca di valorizzare le emozioni positive, l'unione con gli altri e con l'universo. 
Ed è proprio questa la parte più affascinante della storia, capire se si può raggiungere un'esperienza analoga risparmiandosi però ictus e lsd. Un video assolutamente da guardare.




22 nov 2011

Lavoro

F. Ieri sono andato da Declathon, volevo comprarmi una tuta.

G. Perché mi racconti queste cose, inizi così e continuerai a parlarmi del tempo o di come stanno cambiando le cose. Stai diventando patetico.

F. Ho scelto una decina di cose e mi sono infilato in una cabina di prova. Nessuna di queste mi piaceva realmente. Lì fuori c'era una commessa con una montagna di roba da piegare. Mi sono avvicinato colpevole e le ho smollato i dieci pezzi che avevo provato. Mi ha sorriso e ringraziato.

G. Come? Invece di insultarti ti ha sorriso e pure ringraziato.

F. Si, è stata ben istruita. Il cliente ha sempre ragione. E io ho sorriso tra me e me vedendo l'enorme montagna di roba. Ma questa immagine non mi ha più abbandonato. Me la sono portata a casa e ora ho dovuto raccontartela.

G. Ma questa dannata tuta l'hai comprata? E perché mai ti servirebbe una tuta?

F. No, non l'ho comprata. Ma cosa dico, non è questo il punto. La commessa era vestita come tutte le altre commesse, come tutte le commesse di Decathlon che ci sono nel mondo. Una ridicola divisa azzurra e bianca. Il suo compito è piegare roba. Non ha senso, non le viene nulla da questa attività a parte una manciata di euro a fine mese.

G. E dici nulla? Si chiamano lavoro e stipendio. Non farla tanto drammatica, tutti siamo in questa situazione.

F. E in più deve pure ringraziare per avere un lavoro. Tutto questo è surreale.

G. Quanto sei noioso oggi. Ho mal di schiena, voglio alzarmi. Non ho più voglia di stare a letto. E tutto il giorno che siamo qui. Non sopporto questo tuo eterno teorizzare. La consapevolezza non porta a nulla e ti impedisce di goderti la vita. Me ne vado. Passami i pantaloni.

21 nov 2011

Una frontiera da immaginare, Andrea Gobetti, 2001

Lo speleologo è un alpinista alla rovescia, quanto si può dire barbiere alla rovescia d'uno psicoanalista perché lavora sull'altro lato della testa.
Il buio vince la società dell'immagine.

Sono entrato in grotta un paio di volte, molti anni fa. Non ci sono mai più tornato.
Ho incontrato Andrea Gobetti in due occasioni. La prima volta è stata sotto un tendone piazzato in una radura sulle Alpi marittime. Vari speleologi mangiavano, bevevano, chiacchieravano nel freddo di una nottata estiva a 2000 m. Io, sepolto da coperte, ascoltavo e sognavo. A notte inoltrata entrò Andrea. Ancora non sapevo chi fosse questo anziano signore sudato, sporco che ruttava con diletto e parlava aforisticamente. Disse poche parole con una voce roca, profonda.
La seconda volta è stata a Garessio, alla festa della montagna dove si proiettava un suo documentario. Era vestito elegantemente. Anche qui parlò poco. Introdusse il documentario in tono scanzonato, ironico.

Speleologo dovrebbe essere chi, vivendo a contatto con il mondo sotterraneo, comunica ciò che grazie a questa sua esperienza particolare, vede, sente, pensa o prova, attraverso tutti i mezzi di espressione capaci di essere capiti dagli altri. Il contributo dello speleologo non dovrebbe andare tanto a beneficio della scienza, quanto più in generale della cultura.

E la speleologia che cosa combina alla mente umana? Attraverso un oscuro dedalo di fiumi sotterranei, la introduce al cospetto del mistero primordiale del destino e laggiù la rende conscia di non sapere che cosa accadrà, cosa ci verrà incontro, per quale strada andranno i nostri passi. Davanti al problema dell'ignoranza del futuro nessun'altra attività umana, dalle superstizioni cartomantiche alle assicurazioni sulla vita, dal gioco in borsa alla religione, niente mi pare altrettanto onesto di quello scomodo essere trascinati nel cuore della terra da un mistero più grande di noi. Onesto perché faticoso e disinteressato.

Queste due frasi sono l'essenza del libro, l'essenza che lo rende accattivante anche a chi non ha mai messo piede in una grotta e non si interessa di speleologia. Per Gobetti infatti la speleologia non è scienza morta ma è vita, cultura, filosofia, amore. Le grotte sono il punto centrale perché ha passato la gran parte della vita strisciando nei loro scuri e umidi cunicoli, calandosi negli abissi, spaccandosi le unghie per allargare i passaggi, cercando di percepirle in tutta la loro forza in prolungati bivacchi nel cuore della terra. Ma non si tratta di una fredda relazione di studio, di una relazione tra scienziato e cavia. È un intensissimo rapporto d'amore che lo ha cambiato, che ha influenzato il suo modo di percepire il mondo. La speleologia diventa così filosofia di vita.

Non c'è niente di così bello nell'alpinismo e da nessun'altra parte come il fantasticare dello speleologo su un abisso appena scoperto, quando l'unico dato è una pietra caduta per tanti secondi. Allora si ipotizzano saloni e torrenti, congiunzioni con altre grotte, risorgenze; si pregustano le punte e persino le grandi baldorie che seguono il felice esito di tutte le esplorazioni.

Negli anni caldi delle proteste giovanili alcuni ragazzi sognatori, anarchici, idealisti decidono di portare la protesta in un'altra direzione. Questi ragazzi superano di slancio convenzioni sociali, conformismo, autorità e si lanciano verso la libertà. Cercano le montagne ma non sono attirati verso l'alto, verso la punta; una forza misteriosa li spinge verso il basso, decidono che le frontiere del mondo si sposteranno verso il basso, verso il centro della terra.
Avventura, esplorazione pura. Questa è la magia del libro. Ci sono emozioni forti, l'emozione che nasce di fronte a strade sotterranee nuove, a percorsi sconosciuti. La scoperta di un nuovo mondo. E la condivisione di esperienze così intense crea stupendi legami di amicizia che rende magici i lunghi campi estivi da dove iniziavano queste dissennate esplorazioni.

Quando il buio si può attraversare solo attraverso un tenue fascio di luce e le paure più inconsce vengono fuori in tutta la loro forza misteriosa si vede la forza dell'essere umano.
Lì per la prima volta toccai le frontiere dell'inesplorato; hic sunt leones, leoni, spiriti, mostri con cui si popola sempre quello che non si conosce.

Calarsi nel buio, nell'ignoto, sapendo di fare una cosa che nessun altro essere umano ha mai fatto è decidere di oltrepassare limiti mentali e fisici fortissimi. Incoscienza, pazzia, curiosità. Questo è Gobetti ed è questo che ci arriva attraverso un linguaggio vivo, diretto. Esperienze dure, avventure pericolose che sempre possono trasformarsi in tragedia, scoperte importantissime con ripercussioni sulla nostra società vengono narrate in tono gobettiano, un tono sarcastico di chi sembra essere restato bambino e non vuole prendersi particolarmente sul serio. Questo è il prezioso insegnamento implicito del libro. Speleologi che sono la storia vivente della speleologia dimostrano la loro grandezza con la capacità di camminare in punta di piedi, senza enfasi né autoreferenzialità.
Questo libro è una porta che si apre verso gli abissi, una calamita che ci mettiamo in corpo e ci attrarrà verso il centro della terra e/o la profondità dell'anima.


Per Irene, che mi ha fatto conoscere personaggio e ambiente.

20 nov 2011

Immagini o parole?



Sguardo rivolto verso un bidone dell'immondizia. Grandi occhiali marroni. Espressione cupa o assorta. Maglietta bianca a righe orizzontali blu, jeans attillati a vita bassa. Un maglione di lana blu a rombi rossi e bianchi appoggiato sul braccio destro. Una mano che trattiene un filo immaginario che sale dal suolo. Capelli neri, scarmigliati, cascano alla rinfusa sul viso. Lo sfondo a questa rappresentazione di bellezza pura è una grande casa dal muro giallo, scrostato, interrotto da due finestrotti con veneziane verdi.
In primo piano un corpo appoggiato ad un muretto. Il mio corpo. Un corpo piegato sulla macchina fotografica, un corpo che cerca di inquadrare un'immagine lontana che noi non vediamo. La parte destra della foto è interamente occupata da un muro di pietra che si infrange sul muro giallo e scrostato della casa. Un paio di giacche sono ammonticchiate sul muretto di pietra. Per riempire il campo immaginativo di dettagli, c'è il palo di una lanterna e alcuni fili della luce che dondolano stancamente a mezz'aria, una coppia di bidoni dell'immondizia. Uno in primo piano che copre parzialmente il corpo della ragazza, uno sullo sfondo. Poi uno spezzone di cancellata, una lanterna appesa al frontone di un edificio, alcuni cespuglietti secchi incastonati nelle pietre del muro di pietra.
È una foto, scattata in riva al mare, nel vecchio borgo di pescatori Boccadasse a Genova. Un'immagine che descrive con precisione una situazione, un ambiente. Le parole utilizzate per cercare di imitare la descrizione della foto sono insufficienti per rendere un'immagine mentale altrettanto nitida. Infatti le parole non possono fare concorrenza all'immagine, resterebbero solo una brutta copia. Le parole devono creare altri mondi, altre immagini, altre realtà. Far sognare o riflettere o sbadigliare.
Dal punto di vista della pietra incastonata nel muro.
Come sono stretta. Schiacciata sotto tutto questo peso. Il vento di mare mi solletica, instancabile, da quando una pala ha rimosso la terra che avevo attorno e delle grosse mani mi hanno sistemata qui in riva al mare. E così ho imparato cosa sono le onde, cos'è il cielo, la luce, il sole. E soprattutto cosa sono gli uomini che da quando mi hanno messa lì continuano a girarmi attorno. Anche adesso ce ne sono due che mi guardano. Uno ha uno strano oggetto in mano ed è piegato verso di me come se ne fosse attratto. Ma non capisco cosa voglia da me, io non gli ho fatto nulla. Sarà forse la mia bellezza ad attrarlo? Perché tutti gli umani hanno l'abitudine di puntare questo strano oggetto verso la bellezza. Sarà un filtro che hanno per riuscire ad apprezzare la bellezza?

18 nov 2011

Il mestiere del vivere


Per lui il senso della vita è dato dagli obiettivi che ognuno si pone. Non è importante l'obiettivo in sé, ma la sensazione di tenere le redini in mano. Di per sé non esiste una direzione più giusta di un'altra, quindi la giustezza della direzione è frutto solo della scelta personale. E se durante o alla fine del cammino ci si accorge che la strada non è quella pensata, si può cambiare e cercarne un'altra.
Quando lui mi parlò del suo modo di vedere la vita, io che mi crogiolo in una drammatica immobilità sono rimasto affascinato dall'idea di una strada da percorrere. Però alla prima fase di entusiasmo sono arrivati i dubbi.
Lui è l'esempio di una persona monotematica ed estremamente determinata. Si interessava di banconote ed è diventato un esperto, si interessava di Jugoslavia e ha imparato il serbo-croato e ci ha costruito sopra una carriera. Sembrerebbe che non senta la necessità di guardarsi attorno. Procede dritto come un cavallo. Io invece sono incostante. Dopo poco tempo mi annoio in qualunque cosa faccio e finora non sono mai riuscito a specializzarmi in qualcosa. Facevo le gare in bici ma mi allenavo solo una volta ogni tanto, giocavo a calcio in una squadra ma mi stancai dopo tre anni, iniziai a scrivere fumetti ma mi stancai. Quindi la necessità di un obiettivo è universalmente valida o è soggettiva? Indispensabile per qualcuno e dannosa per altri?
Passata anche la fase dello scetticismo, il pendolo è tornato verso il mezzo. Senza un obiettivo ho la sensazione che il mondo, muovendosi, scelga anche per me che resto fermo. Metafora classica del fuscello in un ruscello. Si che il fuscello è inanimato e non può muoversi, però questa sua immobilità non gli impedisce di finire dritto dritto a bagno nel mare.

11 nov 2011

C'era una volta

C'era una volta un bel ragazzo che chiese ad una giovine fanciulla se voleva sposarsi con lui.
La giovinetta lo guardò con un sorriso e gli rispose di no.
E visse felice e contenta.

da fonte dimenticata

10 nov 2011

Autarchia

Un tavolo alto, lungo, costellato da alti sgabelli vuoti. Una birra rosso intensa, dal sapore fortemente speziato. Profumo di cannella. Dario parla di una casa. Una casa per raggiungere una forma di indipendenza dal sapore ad autarchia. Produzione di cibo e di energia per staccare la spina dalla società esterna. Un rifugio per raggiungere la possibilità di vivere senza necessità di lavorare. Le sue parole mi colpiscono, sono vergate laceranti al mio fragile equilibrio. Mi sta indicando la strada che da tanto sto cercando? L'entusiasmo cresce incontrollato e mi blocca in gola domande critiche che potrebbero mettere in discussione l'idea. Visualizzo questa immagine e come tutte le immagini astratte sul mio futuro è fatta solo di colori allegri. Una casa umile, povera, con un'unica grande stanza. Una casa perfettamente isolata, dal tetto di salice con grandi vetrate orientate verso sud. Energie rinnovabili per la produzione di energia. Tutto attorno bosco. Un bosco differenziato, fatto di alberi da frutta di svariate qualità, da alberi frondosi e da una zona per l'orto. Possibilmente una sorgente o un pozzo. Un pollaio pensato per consentire la massima indipendenza alle galline.
La casa dovrebbe sorgere vicino ad una città interessante ma non troppo grande. Varie sono le possibilità, ma la via più praticabile è Cuneo che unisce radici ad uno splendido ambiente alpino. È davvero possibile però arrivare all'indipendenza completa per poi occuparsi di altre cose? E quali sono queste altre cose?
Non si tratta invece di una scelta professionale mascherata, quella di fare il contadino, seppure magari non a tempo pieno.

7 nov 2011

Nueve reinas, Fabian Belinksy, 2000


Inganno, bugie, finzione. Non c'è certezza a cui aggrapparsi. Due persone si incontrano in modo apparentemente casuale in un supermercato, il maestro e l'allievo, Marcos (Ricardo Darín) e Juan (Gaston Pauls). Marcos è un ladro dal volto umano che utilizza coscienziosamente e costantemente l'arte dell'inganno. Le sue armi sono la seduzione, una grande faccia tosta e la totale assenza di morale. Marcos e Juan passeggiano per le interminabili strade di Buenos Aires e sfruttano ogni occasione per ricavare piccoli guadagni attraverso ingegnose truffe e inganni. Durante questo girovagare si materializza la possibilità del colpo grosso, la vendita di una serie di francobolli preziosissimi ad un losco uomo d'affari spagnolo. I francobolli sono naturalmente una perfetta falsificazione. Ma questo colpo apparentemente semplice si complica e i due si trovano circondati da una costellazione di personaggi bizzarri. È un ambiente dai contorni sfocati, i truffatori vengono truffati, i truffati diventano truffatori, in un pazzo gioco dove è la sorte a farla da padrona. La truffa e l'inganno sono una costante e l'unica legge valida è quella del più furbo. E il più furbo è apparentemente Marcos, uomo dalle mille risorse che si destreggia con estrema abilità in questo complesso mondo.
E così potrebbe terminare il film, con il colpo sfumato all'ultimo a causa del crollo del sistema bancario argentino che trasforma in nulla il guadagno della vendita. Invece la genialità della sceneggiatura si apprezza in tutta la sua completezza nella scena finale, dove un giro inaspettato fa ripensare in ottica diversa tutto il film. Gli avvenimenti che apparivano casuali sono invece frutto di un piano freddamente pensato da Juan, in combutta con la sorella e gli ex complici di Marcos con lo scopo di derubarlo di tutti i guadagni illeciti fatti alle loro spalle nel corso degli anni.
E così Juan, che per tutto il film è apparso come ingenuo allievo del più esperto Marcos, si scopre essere scaltro e furbo, così furbo da riuscire ad ingannare Marcos e gli spettatori.
È un film d'azione fatto di un movimento costante, sottolineato dal nervosismo della camera che segue sempre da vicino i personaggi senza venire praticamente mai appoggiata sul cavalletto. I due protagonisti si aggirano per le strade di Buenos Aires, nei bar, negli hotel, con la trasbordante parlantina di Marcos a fare da colonna sonora continua.
Non c'è spazio per la riflessione. I personaggi sono marionette che non si fanno domande in quella che è una disperata lotta per la sopravvivenza.

3 nov 2011

Diálogos solitarios


F. montaña, temprano. Bajo del tren, paseo unos minutos y me siento a disfrutar del paisaje y de la tranquilidad. Mientras estoy allí, tirado sobre el césped, una sombra me tapa el sol. Soy yo también, este yo tiene un mapa en las manos; estoy buscando un destino, lo encuentro casi en seguida y empiezo a andar, rápido, con la mirada fija al punto establecido.

Sigo tirado en el césped, pero otra vez una figura me tapa el sol. Soy yo otra vez. Tengo un mapa en la mano, he elegido un destino y voy hacia el. Camino de espacio, mirando el paisaje. Paro de vez en cuando a recoger los ricos frutes del bosque, me siento bajo el sol y miro algo irónico el punto que quiero alcanzar. Me parece lejisimo pero no me preocupo, poco a poco se acercará.

MJ. pasó casi un año desde cuando te fuiste de Madrid; huiste como un cobarde de todo lo que tenías para refugiarte en las montañas. Decías que querías pensar. Me pregunto si se cumplieron tus expectativas, si ya tienes claro hacia dónde quieres ir, qué quieres hacer, donde quieres vivir.

F. mis expectativas... no tengo expectativas, lo único que hago es vivir, vivir sin pensar.

MJ. bobo, el presente no existe sin futuro. Estás viviendo en una ilusión. Mira aquel perro negro! El dueño le tira la pelota y el detrás. Mira como corre, los ojos clavados en la pelota. Toda su vida está corriendo detrás de aquella pelota podrida. Pero tu no puedes, para ti el presente nunca podrá ser tan enorme.

F. me duele es estomago.

MJ. me da asco verte así, siempre parado en pensar a donde ir y nunca yendo a ningún lado. No soporto tu pasividad. Deja una puta vez de pensar y empieza a moverte.

F. si si, vaya consejo más original. Ayer paseando por el pueblo me crucé con una vieja. Me miró a los ojos con una mirada fría, desafiante y me dijo que soy joven, sano y tengo que salir, pasármelo bien y vivir a tope, hacer cosas, sin miedos, sin compromisos. La vida es una sola y pasa rápido. Pero que quiere decir hacer, a que me sirve esta palabra?

MJ. granuja, concentrate en un objetivo. Elige un punto a lo lejos, un punto cualquiera si no consigue ver uno que te guste. Miralo bien este punto, clávalo en el cerebro y luego intenta ir hacia el, disfrutando del camino. Sin un punto no hay camino y propio este camino es el presente. Quedarte parado no es una opción porque todo alrededor se mueve y te quedarías atrapado, chafado.

F. objetivos... que palabra más odiosa! este sonido gutural que te raspa en gola y te deja sin fuerzas. Tu elegiste el tuyo? Bueno, vaya pregunta, claro que si. Tu con esta mirada segura, estos ojos que se clavan en mi alma y la hacen gritar. A veces pienso de odiar esta seguridad que exuda de tu cuerpo, esto tu ser científica y al mismo tiempo artista.

MJ. Eso no es odio, esa es envidia. Envidia para no conseguir cruzar el puente que une el mundo humanista y el mundo científico. Te has tirado toda la vida hablando de relaciones humanas, has usado mil nombres para decir la misma cosa, has intentado entenderlas y no has conseguido nada. Amor, democracia, política, sexo, amistad, derecha, izquierda. Millones de palabras vaciás que vas repitiendo y no llevan a ningún lado.

F. Es eso que odio de ti. Esta frialdad en tu visión del mundo, esta lucidez en analizar lo que te rodea, esta libertad de elegir lo que te gusta sin perder tu tiempo en mirar alrededor. Esta forma de mirarme que me hace sentir como se todo lo que voy descubriendo tu ya lo conoces o no te interesa.

MJ. aajjajajaja, me das pena. No eres que una parodia. Y deja de leer este puto manual de biología. No creas que con leer dos paginas puedes cruzar el puente. La ciencia es un mundo que siempre te será extraño y seguirás mirando los científicos con este estúpido sentido de inferioridad.

F. Este olor a mar me da las nauseas. Y esta columna sonora constante hecha de olas y gritos. Que pesadilla. Me voy. Pasame los calzoncillos.

2 nov 2011

Millenium Trilogy, Stieg Larsson, 2005/2006/2007

The Girl with the Dragon Tattoo
The Girl Who Played with Fire
The Girl Who Kicked the Hornet’s Nest


Lo vedevo impilato in centinaia di esemplari alla Fnac, avvolto da cinte di carta che testimoniavano l'enorme riconoscimento. Lo vedevo appoggiato sulle ginocchia delle persone sedute sul metro. Lo vedevo nei supermercati. Non amo i fenomeni di omologazione collettiva, non amo particolarmente né thriller né gialli e il primo approccio è stato di inequivocabile rifiuto. Mi sono avvicinato alla trilogia solo adesso, casualmente, per ascoltare un po' di inglese. L'ottima lettura che Simon Vance e Martin Wenner fanno della traduzione inglese mi ha trasportato in un mondo dall'atmosfera esoticamente settentrionale. Ascoltare non è come leggere, però anche nell'ascolto è implicato solamente un senso e alla fantasia resta spazio per completare liberamente. Occhi chiusi, un morbido orizzonte nero che si riempie di immagini. Sono le immagini del freddo paesaggio svedese, di un'isola immersa nel verde, Hedeby, così spudoratamente simbolo di una realtà lontanissima, una realtà dove l'uomo ha imparato a vivere in simbiosi con la fredda natura del profondo nord.
Vestiti sparpagliati sullo sporco pavimento di un piccolo appartamento, posaceneri ricolmi da mesi, giornali e riviste sbattuti in ogni angolo, lei in piedi morta di sonno, con gli evidenti postumi di una ubriacatura della sera precedente, lui sorridente, con in mano tre sandwich, pretendendo di entrare. E così che Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander si incontrano. Da una parte un giornalista economico di successo, un uomo affascinante, sicuro di sé, dall'altra una ragazza di una magrezza anoressica, una freak, un genio informatico, una disadattata sociale.
Difficile pensare ad un abisso maggiore, però Stieg Larsson riesce a far convivere questi due personaggi e costruire su di loro una storia complessa e particolarmente avvincente.
Ma più importante della trama è stato l'incontro con la figura di Lisbeth che mi è entrata prepotentemente in testa ed è arrivata di slancio nell'olimpo dei miei personaggi letterari preferiti. Non segue le regole della società, ha una vita sessuale disinibita, indistintamente con ragazzi e ragazze perché non accetta etichette di nessun tipo. Una vita sentimentale completamente assente frutto di un terrore assoluto nel far avvicinare altre persone alla sua sfera privata. Ha vissuto immersa in un contesto di violenza fin dall'infanzia, è stata dichiarata incapace, è stata violentata e ha dovuto imparare a proteggersi contando solo sulle proprie forze. L'etica è completamente personale, senza compromessi con la società, senza possibili intromissioni. Ha un carisma e un fascino basato sulla diversità e sulla sofferenza che le sue espressioni facciali prive di sentimento e di calore umano evidenziano. I tatuaggi, i piercing, l'abbigliamento fatto di jeans, magliette dalle scritte postmoderne, giacca di pelle nera ne fanno l'immagine più tipica di una generazione totalmente diversa da quella che l'ha preceduta.