Il blog si è trasferito:
www.ecoutopismi.org
lancette d'orologio
ANNI, STAGIONI, GIORNI, ORE, MINUTI, SECONDI
24 gen 2012
17 gen 2012
Semina il vento, Alessandro Perissinotto, 2011
Ne sono passati di mesi da quando in una calda serata estiva scesi dalle montagne pedalando a rotta di collo per non far tardi alla presentazione dell'ultimo libro di Alessandro Perissinotto. Interessanti le sue parole, un oratore sapiente in grado di mantenere viva l'attenzione degli ascoltatori. Anche i temi del romanzo mi erano particolarmente cari; l'amore, il ritorno ad un paesello sperduto tra le Alpi piemontesi dopo una parentesi parigina, la riflessione sulle tradizioni e sull'identità. In queste fredde giornate invernali mi è tornato sotto gli occhi il libro e ho finalmente iniziato a leggerlo. In certi passaggi i miei occhi si sono inaspettatamente inumiditi. No, non sono particolarmente sensibile, però c'erano immagini così belle nella loro perfezione idilliaca in grado di risvegliare l'anima illusa del sognatore. L'immedesimazione era completa.
Ma scorrendo le pagine sempre più in fretta percepivo una sensazione simile a quella che si può provare trovandosi su una canoa immersa in un fiume e dopo un attimo di entusiasmo colmo di aspettativa percepire che la canoa è legata e la corsa folle verso valle non inizierà mai.
È un racconto semplice, fatto con un linguaggio semplice che gioca con luoghi comuni semplici e immediati. Tutto è stereotipato, coperto da una patina di finzione che neppure la tecnica di narrazione in prima persona sotto forma di diario riesce a dissipare. Complesso è il messaggio, l'odio, il razzismo dilagante in questa Europa che si sta tramutando in una fortezza illudendosi di difendere un rimasuglio di ricchezza e privilegi. C'è la tradizione, il senso di appartenenza, l'identità, ma Perissinotto sceglie consapevolmente la via della ipersemplificazione per rendere accessibile alla massa temi così importanti e scomodi. Il paragone con il “Vento fa il suo giro”, che non a caso è citato nello stesso romanzo è inevitabile. Le due storie, con ovvie differenze di forma si sovrappongono. Mi verrebbe da dire che è un libro da non leggere, ma in realtà sarebbe ipocrita dimenticare quegli occhi inumiditi che hanno intralciato la lettura in alcuni passaggi.
16 gen 2012
Hores
Ore è una breve raccolta di poesie scritte nella primavera
del 2011 da David. Usando le sue parole, sono poesie umili nelle quali
la terra silenziosa prova qualche volta ad
emergere nella voce.
David scrive in valenciano, sua lingua materna. Ama il valenciano e lo utilizza non come segno di identità e di appartenenza esclusiva, ma in modo naturale, perché lo ha usato fin da piccolo e sente di avere emozioni, sensazioni, stati d'animo che sa solo esprimere e capire nella sua lingua materna. Non è tra quelli che alzano le barricate e si battono contro lo spagnolo, non è di quelli che risponde in valenciano anche a chi non lo conosce; è invece tra quelli che ne difendono la sopravvivenza con orgoglio, nel modo che meglio conosce, usandolo.
David mi ha fatto amare questa lingua attraverso i poemi che mi leggeva, i cantautori che risuonavano in casa nostra, parlandomene con entusiasmo.
Purtroppo però io non lo capisco, le sottigliezze, le sonorità, le sfumature mi restano completamente precluse. Per poter apprezzare questa raccolta, ho provato a tradurre in italiano. Questa è la prima poesia. Se qualcuno avesse voglia di limare e migliorare la mia traduzione il post avrebbe colpito nel segno.
Verremo da lontano al campo cercando parole.
Ma qui dove vivi e lavori viene il fondo
del sentiero bianco e il solco sulle onde
che sale al di là del porto, il mare e il finocchio.
Accenderete fuochi vicino al fiume e la casa,
più in là vicino si mantiene calmo un ordine,
riposa il pino nella radice. Il cumulo tace,
dominio antico dove la luce si apre all'oscurità
Così il lavoro: la pietra sopporta e sa.
Vindrem de lluny al camp cercant paraules.
Ací però on vius i llaures ve el fons
del blanc camí el solc per damunt d'ones
que puja enllà el port, la mar i els fenolls.
Encendreu focs al frec del riu i la casa,
Mes prop enllà perdura en calma un ordre,
reposa el pi a l'arrel, el terròs calla,
domini antic on la llum s'obre al fosc.
Així el treball: la pedra aguanta i sap.
David scrive in valenciano, sua lingua materna. Ama il valenciano e lo utilizza non come segno di identità e di appartenenza esclusiva, ma in modo naturale, perché lo ha usato fin da piccolo e sente di avere emozioni, sensazioni, stati d'animo che sa solo esprimere e capire nella sua lingua materna. Non è tra quelli che alzano le barricate e si battono contro lo spagnolo, non è di quelli che risponde in valenciano anche a chi non lo conosce; è invece tra quelli che ne difendono la sopravvivenza con orgoglio, nel modo che meglio conosce, usandolo.
David mi ha fatto amare questa lingua attraverso i poemi che mi leggeva, i cantautori che risuonavano in casa nostra, parlandomene con entusiasmo.
Purtroppo però io non lo capisco, le sottigliezze, le sonorità, le sfumature mi restano completamente precluse. Per poter apprezzare questa raccolta, ho provato a tradurre in italiano. Questa è la prima poesia. Se qualcuno avesse voglia di limare e migliorare la mia traduzione il post avrebbe colpito nel segno.
Verremo da lontano al campo cercando parole.
Ma qui dove vivi e lavori viene il fondo
del sentiero bianco e il solco sulle onde
che sale al di là del porto, il mare e il finocchio.
Accenderete fuochi vicino al fiume e la casa,
più in là vicino si mantiene calmo un ordine,
riposa il pino nella radice. Il cumulo tace,
dominio antico dove la luce si apre all'oscurità
Così il lavoro: la pietra sopporta e sa.
Vindrem de lluny al camp cercant paraules.
Ací però on vius i llaures ve el fons
del blanc camí el solc per damunt d'ones
que puja enllà el port, la mar i els fenolls.
Encendreu focs al frec del riu i la casa,
Mes prop enllà perdura en calma un ordre,
reposa el pi a l'arrel, el terròs calla,
domini antic on la llum s'obre al fosc.
Així el treball: la pedra aguanta i sap.
15 gen 2012
Una casetta nel bosco
14 gennaio. Un'altra splendida giornata di sole nella stranezza di un inverno primaverile. Giornata ideale per correre. Mi segue Dick, il cane arancione di mio zio. Uno stretto sentiero si arrampica stancamente lungo il dorso della montagna. Corro lentamente su un tappeto di foglie di castagno che scricchiolano sotto le scarpe; almeno i cinghiali o i bracconieri mi sentono arrivare e non rischio brutte sorprese. Vicino al sentiero si apre una piccola radura e, come un'apparizione, vedo una casina totalmente di legno. Come nelle fiabe, ma questa è reale, con le tipiche assi in legno nuove, ancora zuppe di impregnante. Una casetta minuscola, con davanti pochi alberi da frutta, alcune panchine di legno, un tavolo e una fontana. La casa è chiusa. Non c'è nessuno. Non riesco ad allontanarmi e ci giro attorno esaltato. Sotto gli occhi ho una possibile via di fuga al circolo vizioso: lavoro, affitto, cibo. È bello scoprire che ci sono alternative. Potrei trovare un bosco adatto, magari demaniale, costruire una casa come questa e tutto attorno piantare alberi da frutta e verdura. Le necessità primarie sarebbero coperte e con questa tranquillità, il lavoro acquisirebbe un significato totalmente nuovo. Non più una gabbia dove si è costretti a rinchiudersi per schiavitù allo stipendio, ma una scelta appagante con la libertà, in caso di stanchezza o assuefazione, di cambio o abbandono. Certo, questa può essere solo una scelta individuale per la sua radicalità, però è positivo vedere modi di vita alternativi.
E con il pensiero legato alla casetta continuo a salire lungo il sentiero.
13 gen 2012
Xehismo
Xehismo è un paesaggio fatto di parole e immagini, è un luogo della mente, un luogo scomodo, pieno di domande e di dubbi.
Sono parole che arrivano da lontano, parole che non hanno padroni né creatori, parole che esistono da sempre e aspettano solo di essere assorbite.
Il non luogo.
Dove sogno e realtà non sono in opposizione, ma interagiscono in un continuo stato di allucinazione.
Dove la sessualità è forza primitiva e animalesca, è puro istinto a cui abbandonarsi.
Xehismo è sofferenza, è una stanza che andrebbe lasciata chiusa, ma che se ne conosci l'esistenza non puoi fare a meno di entrarci.
È un mondo dove spazio e tempo giocano vigliaccamente consapevoli della loro irraggiungibilità.
http://xehismo.wordpress.com/
Sono parole che arrivano da lontano, parole che non hanno padroni né creatori, parole che esistono da sempre e aspettano solo di essere assorbite.
Il non luogo.
Dove sogno e realtà non sono in opposizione, ma interagiscono in un continuo stato di allucinazione.
Dove la sessualità è forza primitiva e animalesca, è puro istinto a cui abbandonarsi.
Xehismo è sofferenza, è una stanza che andrebbe lasciata chiusa, ma che se ne conosci l'esistenza non puoi fare a meno di entrarci.
È un mondo dove spazio e tempo giocano vigliaccamente consapevoli della loro irraggiungibilità.
http://xehismo.wordpress.com/
Iscriviti a:
Post (Atom)