5 mag 2011

Inno di Mameli


Piazza San Giovanni, Roma, primo maggio. Finardi esordisce nel classico concertone dei “lavoratori” con un arrangiamento dell'inno italiano. Si è poi dichiarato commosso per aver sentito la piazza gremita intonare con lui le parole scritte da Mameli. E deve essere un'energia potentissima una piazza gremita che intona parole così profondamente incise nei nostri geni.
Percepivo la preparazione del 150º anniversario dell'unità d'Italia con un po' di distacco. Mai più pensavo che sarebbero riusciti a creare un'immagine così univoca del sentimento italiano. Ho visto paesi invasi dal tricolore, letto decine di articoli sul patrio sentimento e tutti sembrano d'accordo, appiattiti come soldatini su questo pensiero tricolore politically correct.
Parole come patrioti, patria, orgoglio, vittoria, rinascimento, sentimento nazionale girano come schegge impazzite che tutti noi contribuiamo a generare ed amplificare. Che vecchie risuonano queste parole. Retorica vuota che si riempie nell'inchiostro, nelle parole e nei cuori degli italiani.
Fare proprie parole e sentimenti che se mai hanno avuto un senso è stato per liberare l'Europa dai suoi re, principi, conti e marchesi in questo momento storico non solo è totalmente assurdo e insensato, ma può diventare pericolosamente insidioso.
Ancora una volta la “sinistra” italiana è bravissima nel fare opposizione. In opposizione alla lega che vitupera questi simboli, la sinistra decide di innalzarsi a paladina e sembra non rendersi conto che difendere simboli padani o simboli italiani sia la stessa cosa.
Dopo due guerre mondiale, il boom economico, la sudditanza alla cultura americana, la televisione, la globalizzazione, le compagnie aeree low-cost, internet che senso ha parlare di sentimento nazionale? Di sacra patria? Di tricolore? Lasciamoli all'ottocento questi simboli! Nel novecento hanno portato sofferenza, dolore e guerre. Nel nostro secolo dovrebbero essere solo memoria storica.
Disfiamoci degli obsoleti ed inutili stati nazionali e della sua simbologia. Disfiamoci della loro classe politica arpionata a-storicamente a questo straccio di potere e disposta a difenderlo con i denti, cavalcando demagogicamente un primitivo sentimento di appartenenza e identità.
Vedo un Europa come confederazione di macro-regioni. Le regioni come spazio corretto per gestire l'interesse pubblico per piccole cose concrete (strade, tutela del territorio, smaltimento rifiuti) mentre l'Europa per dare direttive comuni in grado di uniformare le macro regioni e sanare gli squilibri. Un Europa che sta insieme sotto il segno della ragione e non dell'emozione. Cittadini che decidono di star insieme perché consapevoli che insieme si sta meglio e non perché gli sia stato inculcato un cieco amore per una patria, una canzone e una bandiera variopinta.

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