31 dic 2011

L'ombra del tempo, Andrea Gobetti, 2003

Una rampa di scale abbellita da varie foto di grotte, una passerella in cemento e si arriva al cancello che divide il mondo esterno dal mondo interno. Sono le grotte di Bossea che si è deciso di rendere agibili e visitabili dal grande pubblico. E sono circa 27000 persone che ogni anno decidono di provare l'immersione verso il centro della terra. Era molto che non entravo in grotta e ancora di più che non entravo in una grotta attrezzata. Ma perché c'è la necessità di rendere comodo e sicuro ogni cosa? Una comoda stradina di cemento, completamente illuminata da potenti faretti si addentra nel cuore della montagna. Siamo in tre e ci accompagna uno speleologo che ci aiuta a scoprire migliaia di piccoli dettagli che occhi non abituati a questo ambiente non riuscirebbero mai a scorgere. Testimoniare le grotte. Si vuole fare un documentario che ne esalti la bellezza e richiami sempre più gente. Ma quanto è difficile comunicare la serie di sensazioni che ti invadono nel momento che abbandoni il cielo, la luce, gli odori e ti inserisci in un mondo totalmente altro. Camminiamo fino ad oltrepassare la zona aperta al pubblico e i tunnel si fanno più angusti e completamente bui. C'è acqua dappertutto e stiamo in equilibrio su assi di legno che creano una sorta di passerella sopra il fiume sotterraneo. E in questa oscurità che mi arrivano in testa le descrizioni delle esplorazioni di Gobetti. Osservando piccole fessure che lasciano intuire spiragli sconosciuti sento l'emozione dell'attesa dello speleologo che lancia un sasso e resta in trepidante attesa per sentire da che distanza arriva il suono. Riesco a capire i legami di amicizia e di fiducia che si creano condividendo le escursioni nelle anguste profondità di questi cunicoli. Capisco che lo scorrere del tempo è totalmente filtrato dalla nostra soggettività. Qui dentro il tempo scorre in modo diverso, a volte più velocemente, a volte pare bloccarsi. Capisco come un'attrazione verso il centro della terra possa influire irrimediabilmente su tutta una vita. Gobetti ci racconta la sua vita ed è attraverso il racconto della sua vita che noi conosciamo le grotte. Da quando le ha scoperte non è più riuscito a staccarsi e le ha inseguite in giro per l'Italia e poi allargando il raggio in giro per il mondo.

24 dic 2011

Relazioni


La parola relazioni a Viola suona dissonante, un tanto ironica. Relazioni. Quelle a cui non pensavo quando decisi di sperimentare un anno di eremitaggio. Quelle che accantonai quando scelsi Viola. Eppure ci sono, mi seguono anche qui in questa borgata spopolata sulla punta della val Mongia.
C'è F, perennemente in agguato sul balcone, R con cui faccio la maggior parte dei miei pranzi e delle mie cene, A, S e L e tutti gli altri dell'associazione culturale che vedo di tanto in tanto, quando hanno la bontà di arrampicarsi sui monti. C'è D, il ragazzo strano e silenzioso che accompagnò la mia adolescenza, e dopo anni di smarrimento ora vedo con frequenza. Ci sono N e J con le loro storielle di sesso delizioso. C'è L, con cui proprio non riesco ad andare d'accordo ma che mi invariabilmente mi ritrovo sulla strada. C'è S che si è laureata questa settimana con il massimo dei voti ed ora sta cercando, pure lei, idee per il futuro. C'è la frotta dei parenti con le solite storie surreali. C'è il buon P che mi telefona sempre alla stessa ora e vuole convincermi ad andare a vivere ad Heidelberg con lui. C'è I che molla tutto e se ne va a vivere a Berlino (ma dove trova tutto questo coraggio la gente?). C'è O con la sua passione per il calcio saponato. C'è A che corre su è giù per le montagne e vorrebbe lo accompagnassi nei suoi allenamenti. C'è facebook con le migliaia di relazioni virtuali, ma questo è un altro discorso.  

23 dic 2011

Julia


Nell'ottobre 1998 apparve per la prima volta in edicola un nuovo fumetto della Bonelli, ideato e sceneggiato da Giancarlo Berardi, Julia. Julia, che è titolo della serie e nome della protagonista, è una criminologa, docente all'università di Garden City e collaboratrice della polizia in caso di omicidi. È un giallo con una spiccata vocazione per l'analisi psicologica delle persone. La ricerca dell'assassino o le indagini della polizia cedono spesso protagonismo alle motivazioni, alle cause, alle dinamiche che si celano dietro l'omicidio. Garden City è lo sfondo ideale. Tipica metropoli postmoderna con tutti i problemi e le contraddizioni della nostra società, è ideale per l'indagine sociale. Il panorama è desolante. Disagio, povertà, solitudine, disoccupazione, inadeguatezza, traumi infantili, violenza. 
Per permettere questa approfondita analisi sociale e psicologica, i personaggi e l'ambiente dove si muovono sono presentati con cura puntigliosa. E paradossalmente è qui che sta la maggior incongruenza della serie. Con una attenzione così marcata all'aspetto psicologico ci si aspetterebbe dei personaggi reali che evolvono in seguito alle esperienze vissute. Ed invece ci troviamo di fronte a immagini fisse, a ruoli immutabili. Julia e il tenente Webb vivono una tensione sentimentale perenne che viene ribadita in ogni albo con battutine, sguardi, scontri che non portano però da nessuna parte. Leo Baxter, investigatore privato e gentile donnaiolo è un grande amico di Julia. Un amico sempre disposto ad aiutarla, gentile, coraggioso, abile e spregiudicato. E così lo ritroviamo ogni volta che appare, numero dopo numero. Perché disturba tanto questa staticità che ha contribuito alla grandezza del fumetto cardine della Bonelli, Tex Willer? Se in Tex Willer si può accettare l'ingessatura dei ruoli perché a farla da padrone assoluto sono l'avventura e la storia, in Julia, proprio perché per la grande precisione della caratterizzazione dei personaggi i rapporti personali sono il centro della serie, è molto più difficile da digerire. 
Le ultime scelte editoriali della Bonelli sembravano orientate a lasciare da parte la figura dell'eroe tutto d'un pezzo alla Tex Willer per privilegiare personaggi dal volto più umano, in modo da permettere al lettore l'identificazione con il protagonista. Julia, con la sua tormentata vita interiore e le sue notti popolate da incubi e insonnia, è indubbiamente umana. D'altra parte però è così perfetta da assomigliare dannatamente ad una figura eroica. È altruista, generosa, coraggiosa, bella, politically correct ed in ogni occasione si comporta come ci si aspetterebbe che si comportasse, senza debolezze, senza difetti. 
Bene, vedo che come spesso avviene ci si sofferma più volentieri sulle debolezze che non sui punti di forza di cui la serie è indubbiamente ricca, ma i punti di forza sono ben visibili e li lascio gustare al lettore.

22 dic 2011

Dialongando con le rughe


Un'intervista ad un vecchio alpino scorre lapidaria sullo schermo del mio computer. È il viso di un vecchio di novant'anni che guarda dritto nella telecamera raccontando i drammatici momenti della ritirata di Russia. Il suo viso, la sua espressione, il suo sguardo sono chiaro riflesso della sua esistenza. Raccontano una vita ricca, dura, combattuta, interessante. Parlano di una consapevolezza di chi sa che è arrivato alla fine e ci va incontro sereno. Parlano di accettazione. Non ci sono rimpianto, rimorsi, rabbia, tristezza, solo una pacata accettazione. Quante cose riesce a comunicare uno sguardo. Mi torna in mente il giochetto a cui mi ero abituato nel metro di Madrid; cercavo gli sguardi per capire una vita estranea. I vecchi erano le mie prede privilegiate. Sui loro visi, sui loro sguardi la vita ha inciso la sua traccia profondamente. Ci sono tracce che riempono di energia e senso di pace. Ci sono tracce che parlano di vite vuote, noiose, rabbiose, piene di rimpianti. Ecco, è qui che voglio arrivare. Vorrei che tra qualche lustro, quando qualche sciocco curiosone scruterà le mie rughe, ci vedesse preziosi spunti per sognare. 
Ma quale sarà la strada per arrivare a quelle rughe?

21 dic 2011

in Inverno

L'inverno è una stagione strana a Viola. Le persone seguono i ritmi antichi, si fanno introspettive, si chiudono in casa e lasciano il paesaggio totalmente deserto. Oggi il sole è tramontato alle 15h11. È tramontato senza realmente riuscire ad arrampicarsi in cielo. È restato lì, basso basso giusto sopra le montagne. Mi raccontavano che Ernesto, il vecchio burbero che viveva nella casa dove ora vivo io, sapeva con esattezza il punto dove scendeva il sole in ogni periodo dell'anno. Ora lo capisco. Oggi ho assistito alla morte del sole, cercando di scolpirlo nella retina per tenerlo a mente il più a lungo possibile. Ero sveglio da poche ore e già stava abbandonandomi. Non c'è che dire, l'inverno è il regno della notte, però una notte ostile, nemica, restia a farsi ammirare. Ieri notte, attirato da un'atmosfera così trasparente come solo nelle fredde giornate d'inverno si può trovare, ho abbandonato la stufa per una coraggiosa escursione. Mi sono avviluppato in una decina di maglioni (i maglioni industriali sono pensati solo per essere indossati in luoghi iper-riscaldati) e mi sono seduto contro un albero in un bosco poco distante. Un tremolio incessante del corpo, il culo che si fondeva pian piano in un unico pezzo di ghiaccio con il terreno; era davvero impossibile godersi il silenzio osceno della notte e la bellezza cristallina del cielo. Eh sì, la notte in inverno è schiva ed è fatta di stufa e infusioni calde.

20 dic 2011

Bra, una città da sogno

A Bra l'aria puzza. Un odore dolciastro che si nota specialmente la notte e il mattino presto. Ci sono varie teorie che cercano di spiegare questo strano odore, c'è chi lo associa alla posizione della città e ai venti. Bra sorge ai piedi delle colline e i venti che spazzano la bassa ci si infrangono contro, portando l'inquinamento della pianura circostante in città. E come ben sappiamo la pianura attorno a Bra è intensamente antropizzata e praticamente priva di boschi a fare da filtro. Poi c'è il traffico e il riscaldamento in inverno. Per finire c'è la presenza nel territorio cittadino dell'Abet. Non sono un esperto e non ho dati scientifici per dare rigore a queste ipotesi, però non entrando in merito di responsabilità il mio buon senso e il mio naso mi suggeriscono che questa puzza non è niente di buono per la salute.
Vorrei condividere con voi un sogno, con la speranza che prima, come nelle fiabe, il sogno si trasformi in realtà. Nel sogno vedo apparire tre o quattro piccole stazioni sparse in città in modo che si possa arrivare comodamente e velocemente al treno senza bisogno dell'automobile. Una linea di treno moderna che attraversa Bra e la collega con le città vicine, con treni frequenti ad un prezzo che renda l'utilizzo dell'automobile davvero sconveniente. Al potenziamento del treno si unirebbe una politica di disincentivo dell'automobile in città, sensibilizzando i cittadini sul danno che produce l'automobile, riducendo il numero di parcheggi e rendendoli più cari.
Nel sogno vedo poi una grande area verde vicino al Tanaro o allo Stura, creata con un coinvolgimento diretto delle scuole e dei cittadini. I bambini si avvicinerebbero così alla natura, piantando alberi, aiutando nella pulizia e studiando da vicino le varie piante ed animali. Il parco è collegato a Bra da un corridoio verde solcato da una strada accessibile solo a pedoni e biciclette. In questo modo i braidesi potrebbero trovare una valida alternativa per i fine-settimana e le serate estive, a contatto con la natura e con l'acqua. Grazie ad un'azione congiunta di associazioni, comuni e regione il Tanaro è di nuovo balneare come lo è sempre stato fino a una trentina di anni fa.
In parallelo al parco sono nati degli orti urbani autogestiti, che permettono a chi voglia risparmiare sulla spesa per il cibo di sperimentare un'agricoltura biologica. In questo progetto sono coinvolti i pensionati che apportano le loro conoscenze alle generazioni che seguono.
Nel sogno Bra è più raccolta grazie al recupero degli edifici abbandonati del centro ed è più verde per la creazione di piccoli giardinetti nello spazio un tempo dedicato alle automobili. Edifici e case private si sono rifatti lo smalto migliorando l'isolamento termico e puntando su energie rinnovabili per la auto-produzione di energia elettrica e calore.
E non c'è più l'invadente puzza dolciastra ad accogliermi ogni volta che esco di casa. Grazie ad un tavolo di trattativa con l'Abet si è trovato un compromesso tra esigenze dell'azienda ed esigenze dei braidesi.
Per adesso è solo un bel sogno, però chissà se Bra potesse realmente trasformarsi in un esempio all'avanguardia nel desolante panorama che ci circonda. Il cambio potrebbe così servire per rilanciare uno sviluppo economico alternativo a quello attuale ormai morente.

18 dic 2011

Julia n. 90, Il fuoco dentro



Soggetto: Giancarlo Berardi
Sceneggiatura: Giancarlo Berardi e Lorenzo Calza
Disegni: Ernesto Michelazzo
Copertina: Marco Soldi 



La storia, come spesso accade in Julia, è facile da riassumere. Un vecchio, un reduce della guerra in Corea, rapisce e tortura ricchi figli di papà per una sorta di vendetta. Ma non è tanto l'intreccio ad interessarci perché fin da subito sappiamo chi è l'assassino; neppure è importante come riesce Julia ad arrivare fino a lui. L'attenzione dello sceneggiatore, Giancarlo Berardi, va tutta alle motivazioni che spingono un padre di famiglia a trasformarsi in un assassino, alla descrizione di un ambiente e una situazione che portano i personaggi ad atti di apparente follia. Il colpevole di questa violenza è rimasto vedovo e ha un figlio che, dopo essere stato investito da un SUV, è rimasto paralizzato. È un escluso e si sente vittima di un enorme ingiustizia. Stranamente il figlio è un personaggio positivo; benché costretto dalle sue condizioni a una parziale  reclusione in casa, non perde la speranza e si rifugia in internet, trovandoci un'alternativa allo squallore che lo circonda. Internet è ricerca di lavoro ed è un modo per comunicare con l'esterno attraverso le chat. Nella collana di Julia le chat vengono spesso proposte per sottolineare la condizione del disadattato, ma non in questo caso dove sono l'unico spiraglio di speranza. Il ragazzo paralizzato ha un'amica di chat, alla quale riesce a confidare la sua reale condizione di handicappato e a chiedere aiuto per scoprire l'orrendo segreto del padre. Vi è una netta differenza di ambiente tra le vittime, appartenenti alla classe alta della società e il carnefice, appartenente ad una classe di sottoproletariato urbano. E questa manifesta differenza è evidentemente una critica sociale, sottolineata anche dal fastidio provato dal tenente Webb ad occuparsi di un'indagine che è resa di massima priorità solo perché sono involucrate personalità di spicco nella società. E poi, con le parole di Julia, si accenna una critica ai SUV, i fuoristrada urbani, che oltre ad inquinare ed essere pericolosi, sottolineano l'arroganza di una determinata classe sociale che si crede inattaccabile. Anche in questo albo si nota l'ingessamento dei protagonisti nei loro ruoli standard, con l'unica eccezione dell'innamoramento di Emily, che gioca però un ruolo secondario.

17 dic 2011

El lenguaje es machista?

El castellano es un idioma sexual que identifica en su estructura una diferencia de genero. El lenguaje es un instrumento que va unido siempre a la cultura que lo influencia y viene influenciada por él. Como nuestra cultura ha sido dominada por los hombres, las palabra reflectan esta supremacía masculina y tenden a excluir el elemento femenino. Dios es masculino, las profesiones son masculinas y varios aspectos sociales son masculinos. Y así el idioma dibuja un universo masculino donde la mujer, si quiere meterse, tiene que hacerlo con términos masculinos. Palabras como dios, ministro, presidente, doctor, conserje, profesor, genio, soldado no tenían femenino porque las mujeres quedaban excluidas de estos papeles. Ahora que se puede hacer? Esforzarse en crear femeninos a todas costas aunque llegando a cosas algo absurdas como el @, usar el masculino intentando quitar la connotación masculina o seguir usando el lenguaje así como es un aspecto secundario de la cultura machista? Pero la palabra hombre usada para definir es ser humano es de verdad neutral? Y los plurales, todos masculinos  son neutrales? Lo ideal sería deconstruir el lenguaje y crear un lenguaje nuevo, un lenguaje no sexual. Pero esto va a ser muy difícil y en la comunicación se perdería la información del genero que ahora es perfectamente clara.

16 dic 2011

Letteratura e intrattenimento


Due corpi, un letto arrugginito, un respiro accelerato che poco a poco rallenta. C'è differenza tra leggere Proust o leggere Stieg Larsson? Luca mi guarda con occhi sgranati ancora lucidi che lasciano solo intuire un mondo al quale non avrò mai accesso e dice che Proust è letteratura, mentre Larsson è intrattenimento. Sottintende quindi che ciò che eleva spiritualmente si possa chiamare letteratura mentre per tutto il resto si debba trovare un altro vocabolo per non creare confusione. Definisce così due mondi distinti, forse porosi ai loro confini, però pur sempre distinti.
Luca avvicina la sua bocca alla mia e sussurra in modo che io possa sentire le parole vibrare nel suo alito caldo: “la letteratura è un esercizio artistico che lo scrittore fa per un'esigenza che gli viene da dentro, per comunicare una forma del suo essere attraverso l'arte. Non ha fini, non vuole vendere, non vuole piacere ma è solo necessità. Nel caso di artisti questa necessità diventa arte, un'arte astratta che per non poter essere assoggettato alle regole del suo tempo, gli sopravvive”. Lo guardo esausto. Le sue parole mi rimbalzano in testa come una pallina di flipper. Penso a libri letti ultimamente per cercare di farle mie. Non so astrarre. Penso a Thomas Mann. La morte a Venezia. Il libro è stato sul comodino varie settimane, intonso. Poi è stato trasferito in bagno, anche qui con la stessa sorte. È finito sulla scrivania dove ora sto leggendo le prime pagine. È una lettura meditata, sofferta che solo di tanto in tanto mi lascia immaginare uno sprazzo di un ambiente altro, sfuggevole, indefinibile. 
Larsson invece mi ha fatto compagnia in varie nottate insonni. Una lettura che assorbe, che incolla gli occhi alle pagine e trasporta in uno stato febbrile. Ho inseguito la trama girando smanioso tra le pagine, saltando veloce di riga in riga, in una folle rincorsa per scoprire cosa sarebbe successo. E una volta finito ho scagliato il libro da una parte, come se avessi raggiunto un traguardo. C'è un inizio, c'è una fine, ben definiti, ed è molto improbabile che mi venga in mente di rileggerlo. 
Non vengo a capo di nulla. Gli tappo la bocca con la mano, quasi con violenza, per non farlo più parlare e osservo i suoi occhi profondi, in silenzio. Ho bisogno di silenzio, del suo respiro, dell'immagine del suo corpo nudo schiacciato sul lenzuolo. Chiudo gli occhi e mi accorgo di essere ebbro di bellezza; ma dovrei essere un artista per riuscire a trasferirla in un luogo che non sia mia mente. 

15 dic 2011

Cunnilingus visto dai forum

cristina209
Il mio ragazzo non mi fa la connilingus!!!!!!!! stiamo insieme da due anni e mezzo.
circa da due anni abbiamo rapporti e riesco ad avere l'orgasmo ma quando gli chiedo di "leccarmela" mi dice che non gli va...ed io mi sento inadeguata...aiuto!!!!!

principessapeach
Tu lo fai a lui? Molti ragazzi che non l'hanno mai fatto sono riluttanti, anche il mio ragazzo lo era... poi siamo arrivati ad un compromesso e abbiamo solo una volta fatto io a lui e lui a me, poi piano piano lui ha iniziato a farmelo senza che lo chiedessi perché i maschi si eccitano a vederti godere...

bluelettric69
Un vero......i.......a
ciao cristina.....ti andrebbe di conoscermi??

TheCat
Cunnilingus, con la u
Cunnus cunnus (iv declinazione) = faiga
p.s. e tu per vendicarti fagli pipì sul viso!

re102
Non......è che ti senti inadeguata, tu SEI inadeguata

particelladisodio63
Che quaquaraqua' di ragazzo che hai !! si fa cosi', lasciare una bella topolin@ a bocca asciutta

mcduglas
Nooooooooo  Un pochino egoista il tuo ragazzo... e poi si perde qualcosa di grande anche lui! Io certi non li capisco...io nn so rinunciarci! Ma scusa se te lo dico e mi permetto...curi l'igene personale in quel punto?

tarantinodok
Che pirla!!!!! Cara Cristina non sei tu che devi sentirti a disagio ma è lui che deve sentirsi un ... perche realmente è un ... Io te lo farei in qualsiasi momento. Stai tranquilla bellezza.

rude3
E allora?? kazzi tuoi e di quello sfigato ke ti skopa!

firsa
3 cose
1 ) una visita dal gine per vedere se è tutto ok
2 ) lavarsi bene prima
3 ) non lo vuol fare ? Tu negagli il menù che immagino gli hai sempre concesso e mandalo affan....

dada351
prova a cospargela di gelato magari alla fragola a me funziona fammi sapere

epson
Forse.. potrebbe essere che a lui non piaccia l'odore della tua patatina, non te la prendere , vai dal ginecologo e farti visitare ci potrebbero essere delle piccole infiammazioni che producono odori sgradevoli, il ginecologo ha la soluzione con degli ovuli da inserire in vagina. Poi se questo non è il problema puoi cambiare ragazzo no? no puoi rinunciare a questo godimento per tutta la vita (poi scusa ma a lui gli fai i rapporti orali ?) Ciao
fatadellerose
... igene intima? non prenderla male... è un'ipotesi...

farfalla9
La connilingus... bene bene... quando saprai scriverla te la farà la leccatina...

spumadimare
ha un po' italianizzato la prima parte...magari pensa che il latino è pedante e poi l'uomo si inibisce!
Ti ricordi il cunnilinctus, a proposito?
P.S. tesorino, stasera sono buona...anche se mi hanno impedito di andare a comprare la pizza dicendo che sono grassa...insomma, si dice "il cunnilingus". Che braaaava che sono...

pitot
Sei terribile! Sei contrariata x la pizza? Ciao Spumetta!

spumadimare
Mo' sta a vedere che sono io quella terribile! Ma come, ho salvato quella povera crista da decenni di prese per il kulo future, e poi quella tremenda sono io! Ma...ma...fai del bene e vai in galera!

farfalla9
Il cunnilinctus? a me non me lo hanno mai fatto

spumadimare
Peccato! Ti sei persa qualcosa...

farfalla9
Spuma, c'è rimedio...... ho perso tutta speranza?

piccolì
Beh prima di tutto cerca di capire perché non vuole...magari ha solo bisogno di un pò di tempo!mica siamo sempre tutti pronti a tutto! io anche ho dovuto maturare un pò prima di fare certe esperienze... solo perché è un uomo non è detto che debba essere sempre consenziente. purtroppo non puoi obbligarlo,ma solo discutere con lui per capire dove sta il problema...

duxtang
Se vuoi un consiglio senza entrare nei dettagli... prova con la nutella! ;)
(non con la panna che fa acido!)
Silvia D
evita di fargli pressioni, queste sono cose delicate perciò non puoi forzarlo a farlo, lo farà quando se la sentirà tu digli che è una cosa che ti piacerebbe molto, ma sta a lui senza forzature decidere se se la sente, come ti sentiresti se fosse lui a forzare te a fare un pxxxo?
DODO
puo' darsi che da piccolo e' stato cioccato da quel gesto..

Pinco Pallino
Forse ha qualche pregiudizio rispetto a questa forma di masturbazione... Parlagli, fagli capire che ti farebbe tanto piacere quanto a lui fa piacere quando lo masturbi...

Cristina
1. è pazzo
2. c'è una sola cosa da fare...mettergliela in faccia!! poi voglio vedere se dice di no ;) ihihih
Amo la Vita
be i gusti son gusti ....così come a me piace mangiare la patata forse a lui non gli piace la patata!!!magari prova a servigliela con panna forse gradirà di più ehehehehehhe :)

Pat Neagan - VG -
Non fargli la fellatio.

boh
Un vero e proprio problema antropologico.

Pulcina
Io ho il tuo stesso problema :-(  ho gia' provato ogni modo per convincerlo, ma niente!!!!!!!..... se trovi il modo di convincere il tuo...fammi sapere!!!!! :-)

kikimatt
aiuto............. vi prego spiegatemi cosa è. sono ignorante perdonatemi.
Ma............boh

Mouse
FATTI UN BEL BIDET!

angelmod
è pazzo o ........................................… e dirrei di "sostituirlo" nelle funzioni..... (son molto altruista e pienamente disponibile a ogni tipo di aiuto) nun me pare adatto.....ne affidabile.

squirrel
che è un furbo EGOISTA!

!.:MaNu9...
ma è gay????

Vanishing Yeeshaval
Sai che quando incappo in queste domande, spesso resto basita dalle risposte? A mio avviso, non c'è nulla che dovresti fare per "convincerlo". Perché, semplicemente, non son tipo di cose su cui la gente andrebbe convinta. E' inutile dire è pazzo, è imbecille o rendigliela appetitosa (!!!). Possono esserci tremila blocchi emotivo/psicologici dietro una cosa così, le inclinazioni vanno rispettate, sono cose che devono venire naturali. Ho sentito molte volte il caso opposto, donne che hanno orrore di praticare la fellatio. Che si fa, allora....le si costringe? Se tu hai piacere di praticare sesso orale su di lui, fallo e basta.....per piacere, non perché ti aspetti qualcosa in ritorno....perché potrebbe non essere in grado di accontentarti, non vederla come egoismo. Parla un po' con lui, se lui sembra disposto a farlo. Altrimenti, temo tu debba accettare questo suo problema. E se gli vuoi bene, non tentare forzature....non siamo tutti uguali.

D@vid guetta™
e secondo te io ke ci sto a fare???? cmq quello o è gay o è gay

Serena R
non è questione d convincerlo.. è una cosa che deve venire naturale. devi aiutarlo a superare questo blocco ...

---> MaRyN <---
Te rikambia nn facendo certi "servizi" a lui =)

Luisella
magari è un "problema di odore"?, oppure non lo ha mai fatto? secondo me parlatene in un momento in cui non state facendo sesso e cerca di capire se è rimasto traumatizzato da esperienze precedenti. Ci vuole solo pazienza e fiducia, tutto nel nostro corpo è bellezza, se ne accorgerà anche lui.

14 dic 2011

Opinioni e controllo

Luigi Magri è morto. Un suicidio assistito in Svizzera. Molto si è letto su questa decisione e come sempre succede sono le opinioni a farla da padrone, opinioni favorevoli o contrarie. Nel marasma ho trovato interessante un articolo apparso il 2 dicembre sul “Fatto quotidiano”, nel quale due editorialisti, Travaglio e Flores d'Arcais, commentano la notizia. Da loro ovviamente non ci si aspetta la descrizione del fatto, ma un'opinione che partendo dal gesto concreto rifletta sul problema in generale. Il loro ruolo è creare nella gente un'opinione, guidarli nella formazione di un'idea. La formazione di queste opinioni è fondamentale in una società democratica perché in base alla maggioranza delle opinioni si creerà una legge che obbligherà poi tutta la società a seguire l'opinione vincente. Travaglio è contro il suicidio assistito, Flores a favore. Nel caso in concreto la scelta del “Fatto” è stata onesta, ha messo a confronto due opinioni che fin dal titolo chiariscono da che parte stanno.
Ora, benché il tema suicidio assistito sia particolarmente intimo e personale su cui tutti potremmo avere un'idea autonoma, è indubbio che leggendo Travaglio si tenda ad accostarsi alla sua idea, così come Flores ci attiri dalla sua parte. La bravura di un editorialista. L'ingenuità del lettore. Molti fattori influiscono sull'influenzabilità della gente. E proprio per questo, in una società complessa come la nostra, il problema dell'influenzabilità della gente dovrebbe essere sempre tenuto ben in vista. Se su un aspetto dov'è difficile barare perché le basi su cui fare una riflessione sono note e comuni a tutti siamo manipolabili da opinioni altrui, su altri aspetti di cui non abbiamo dati a sufficienza, siamo completamente in balia dell'opinione altrui.
Contro la TAV o a favore. Contro l'energia nucleare o a favore. Contro la finanziaria o a favore. Sono argomenti così tecnici, complessi, lunghi che per i non addetti ai lavori è impossibile avere una visione d'insieme. E così le nostre idee si formano in base a poche parole sentite ai telegiornali o lette sui giornali. Non c'è scampo. Non esiste informazione obiettiva e l'opinione pubblica segue semplicemente la forza che supporta una certa idea. Chi spinge più forte vince, indipendentemente dalla bontà o meno dell'opinione. E noi, massa amorfa, come allegre e inconsapevoli marionette pensiamo di decidere la direzione della società in cui viviamo.


http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/02/il-medico-salva-non-uccide/174643/

13 dic 2011

La paga del sabato, Beppe Fenoglio, 1969

Violenza, disperazione, impotenza rimangono tatuati in testa in seguito alla lettura del romanzo di Fenoglio. L'ambiente è un'imprecisata città langarola, probabilmente Alba negli anni successivi alla seconda guerra mondiale. La guerra è finita, però la sofferenza che ha portato con sé è ancora tangibile.
Come riadattarsi alla squallida routine quotidiana dopo aver combattuto da partigiano, aver provato esperienze forti, aver assaporato la libertà, l'eccezionalità di un momento storico. Ettore è stato a capo di un gruppo di partigiani e ora, finita la guerra, si trova a confrontarsi con forze meno pericolose, però più subdole e nascoste. La miseria, la necessità di lavorare, l'amore, la vita che sono una condizione normale per quel periodo, per Ettore sono difficoltà insormontabili.
I rapporti con le persone amate sono impregnati di violenza e rabbia. C'è in lui una passione, una forza repressa che gli nasce dentro incontrollabile. Il suo universo sentimentale è fatto di due donne, la madre e la fidanzata. La mamma è donna autoritaria, che ha un grande potere su di lui. Ettore cerca di sfuggire all'ingombrante ombra materna scontrandosi con lei per i più futili motivi, ma è tutto inutile. Con la fidanzata Vanda ha un amore lacerante, passionale, doloroso.
Il rapporto con il lavoro è altrettanto difficile. Il padre gliene trova uno da impiegato presso una fabbrica di cioccolato, ma lui, davanti ai cancelli della fabbrica, si rende definitivamente conto che non è fatto per un lavoro borghese, non è fatto per stare alle dipendenze di un padrone per otto ore al giorno. Invece di entrare in fabbrica si dirige verso il caffè commercio per iniziare a lavorare da Bianco, ex partigiano, anche lui incapace di riadattarsi alla vita civile. La descrizione delle loro azioni malavitose avvicinano il romanzo ad un thriller, però è solo illusione perché Fenoglio non perde di vista l'aspetto primario, il mondo interiore dei suoi personaggi. Ettore è un duro reso tale dalla vita, ma proprio per questo un disadattato e seppure dopo aver messo incinta la sua ragazza si impegni per avere una vita normale, si capisce subito che è un'illusione che non può durare. È semplicemente troppo diverso dalle persone che lo circondano per capirsi o accettare le loro regole e il suo drammatico destino ne è la più naturale conseguenza.

12 dic 2011

La società dell'automobile


Sono le sei di un grigio pomeriggio di dicembre. Cammino veloce su uno stretto marciapiede, superato da un flusso continuo di automobili. Sono facce anonime che scorrono incessanti per chissà quale destinazione. Alcune si fermeranno a pochi passi, altre dovranno fare vari chilometri per tornare nelle loro gabbie riscaldate e accoglienti. Sono l'unico pedone in un mare angosciante di nebbia e smog. Alzo gli occhi e dai tetti dei palazzi si vede salire pigra una colonna di fumo. Il rumore arrogante delle automobili mi perseguita. Arrivo al centro della città e una fila di macchine parcheggiate mi separa finalmente dalla strada. Ma la città è deserta. L'atmosfera ovattata fatta di notte, grigio e migliaia di luci crea una situazione surreale da film apocalittico. Luce e caldo mi sfiorano quando passo davanti alle porte dei negozi e mi chiamano a questo mondo irreale. Ma non ho soldi con me e questo mondo fittizio mi rinnega. Mi raggomitolo su una panchina e mi ipnotizzo con lo scorrere delle automobili. Potesse risvegliarsi, Marinetti sarebbe esaltatissimo nel vedere questo supremo inno al movimento incontrollato e frenetico. Un odore dolciastro penetra nei miei pensieri. La macchina parcheggiata davanti a me parte accelerando. Sento di odiare questa società ma non trovo in me nessun tipo di idea per contribuire a cambiarla. La percepisco come un mostro incontrollato che corre veloce verso un abisso.

11 dic 2011

Cachi



L'autunno, momento di lunghe passeggiate nelle corte giornate di sole che danno l'illusione di riuscire a sfuggire all'inverno. Nei giardini abbandonati di vecchie case, nei giardini curati di villette a schiera, gli alberi di cachi che durante l'estate si notano appena, ora sono una presenza imponente con il loro carico di frutti di un arancione intenso che contrasta terribilmente nel grigiore cupo circostante.


Caratteristiche
I cachi hanno un alto tenore calorico: 100 grammi di cachi forniscono all'incirca 65-70 kcal (equivalenti a circa 272 kJ). L'acqua costituisce circa l'80%, gli zuccheri il 16-18%, le fibre il 2,5%, le proteine lo 0,6% e i grassi lo 0,3%.
Tra i sali minerali, il primato in termini di quantità va al potassio (ca. 161-170 mg %), minerale che conferisce al cachi le spiccate proprietà diuretiche. Poi il fosforo (20 mg %), il magnesio, il calcio ed il sodio; solo in tracce si ritrova il selenio ed il manganese. Il cachi è ricco anche di beta-carotene, precursore della vitamina A. I pigmenti (licopene e xantine) agiscono sinergicamente con la provitamina A, potenziandone l'azione finale (antiossidante e possibile prevenzione dalle malattie cardiovascolari).
Il cachi acerbo è una miniera di tannini, ai quali sono ascritte le note proprietà astringenti: la fastidiosa percezione di avere la bocca legata è dovuta proprio alla componente tannica. Durante la maturazione, la quantità di tannini si riduce fortemente e gli zuccheri, fruttosio e glucosio, aumentano.


Proprietà
Il cachi è piuttosto energetico per la grande quantità di zuccheri che ne rendono il consumo sconsigliato per chi soffre di diabete o di obesità, ma raccomandato in caso di inappetenza, stress psicofisico e sport.
Il frutto del cachi dovrebbe essere consumato crudo in modo da garantire un buon apporto in termini di vitamine e sali minerali. Per la presenza del potassio, il cachi è considerato un buon diuretico e depurativo, mentre le fibre lo rendono un ottimo rimedio naturale contro la stitichezza.
Esercita un'importante attività protettiva nei confronti di milza, pancreas, stomaco ed intestino tenue.
Qualcuno dice che sia un ottimo rimedio naturale sia per la tosse, che per il singhiozzo.

L'albero
Il cachi è originario della regione asiatica, probabilmente della Cina, dove è coltivato da oltre 3000 anni e si conoscono circa 900 varietà. Più di un millennio fa si è esteso dalla Cina verso i paesi limitrofi, trovando larga diffusione nel vicino Giappone. In Europa invece è arrivato alla fine del Settecento, ma solo come pianta ornamentale.
Il primo albero di cachi in Italia fu piantato nel giardino di Boboli a Firenze nel 1871. L’albero del cachi è oggi considerato anche “l'albero della pace”, perché dopo il devastante bombardamento atomico di Nagasaki, sopravvissero soltanto alcuni alberi di questo frutto.
Le piante di cachi hanno una crescita lenta ma possono raggiungere notevoli dimensioni e avere una lunga vita. Uno dei più vecchi esemplari presenti in Giappone supera i venti metri d’altezza e si stima abbia un’età di seicento anni. Solitamente però durano all'incirca quarant'anni e raggiungono un'altezza di una decina di metri.
Le foglie ampie, di colore verde lucido, formano una chioma ampia e folta. E’ una pianta che ama la luce, conviene quindi scegliere posizioni soleggiate a mantenere distanze adeguate da altri alberi per assicurarne uno sviluppo ottimale. 
Il cachi è una pianta da frutto adattabile, poco esigente, facile da coltivare, che ben si adatta alla coltivazione in giardino, anche per le caratteristiche ornamentali. In Cina e in Giappone il cachi è considerato l’albero delle sette virtù: la prima è la sua lunga vita, la seconda la grande ombra, la terza la mancanza di nidi tra i rami, la quarta l’assenza di tarli nel legno, quinta la possibilità di giocare con le sue foglie indurite dal gelo, sesta la qualità delle foglie da cui si ricava un bel fuoco, ultima la possibilità di usare le foglie come concime per la terra.
Si adatta un po’ a tutti i tipi di terreno, anche argillosi o alcalini (ricchi di calcare), resiste bene alle basse temperature (fino a -10/-15 C°), anche se può subire danni per gelate primaverili o se si verificano abbassamenti di temperatura in autunno, quando i frutti sono ancora sulla pianta.
Concimazione: in generale è sufficiente una concimazione “standard” distribuendo prima della fioritura (maggio) circa 1 kg per pianta adulta di un concime complesso contenente azoto, fosforo, potassio in rapporti circa equivalenti.
Irrigazione: è abbastanza resistente alla siccità, anche se naturalmente si avvantaggia di apporti idrici nei periodi più siccitosi.
Potatura: non è indispensabile una potatura minuziosa, basta eliminare qualche branchetta di due-tre anni, che hanno già prodotto, e diradare i rami di un anno, che porteranno la nuova fruttificazione.
Avversità e difesa: l’unico insetto che può veramente danneggiare la produzione è la mosca della frutta, presente nelle aree meridionali. Tronco e branche possono essere attaccate dalla Sesia, un “tarlo” che scava gallerie nel legno. La difesa si basa su interventi manuali, asportando la corteccia e uccidendo le larve. Si possono anche eseguire spennellature del tronco con calce per contenere gli attacchi.


Fiori
La biologia fiorale del chachi è complessa e variabile. Sulla pianta delle diverse varietà si trovano tre tipi di fiori:
- fiori femminili, che non producono polline per sterilità degli stami
- fiori maschili, producono polline ma non fruttificano poiché l’ovario va incontro ad aborto
- fiori ermafroditi, con ovario e stami normali


Frutti
La fruttificazione può avvenire per fecondazione dell’ovario e formazione dei semi, oppure senza la fecondazione, dando origine a frutti privi di semi (partenocarpici).
La presenza dei semi può influenzare il contenuto dei tannini nei frutti, sostanze che rendono la polpa astringente e commestibile solo in seguito all’ammezzimento (periodo di post-maturazione dopo la raccolta).
La pianta più diffusa, il “kaki-tipo”, presenta solo fiori femminili. In questo caso la fruttificazione avviene senza la fecondazione dell’ovario e si formano frutti privi di semi che alla raccolta sono astringenti. Se viene impollinata da un’altra cultivar, come il cachi “Vainiglia” che presenta sia fiori femminili che maschili, si possono formare frutti con semi che risultano immediatamente eduli alla raccolta.
Altre cultivar sono invece sempre eduli alla raccolta, indipendentemente dalla presenza dei semi, come il cachi ”Hana Fuyu”.


Raccolta
L’operazione più impegnativa è la raccolta che va eseguita al momento giusto: non troppo anticipata, poiché i frutti immaturi sono di peggiore qualità e vanno incontro ad alterazioni, non troppo tardiva, quando i frutti iniziano a rammollire, perché aumenta il rischio di infezioni fungine. Il momento corretto è quando il colore è arancio, senza nessuna striatura verde. Dove l'inverno è inclemente, è importante che avvenga prima delle prime gelate notturne.
Il frutto è molto delicato, va staccato col calice e riposto in cassette ad uno strato. I frutti delle varietà astringenti come il kaki-tipo non si possono consumare immediatamente alla raccolta, poiché la polpa è fibrosa e fortemente astringente. Solo dopo un periodo di post-maturazione (ammezzimento) il frutto diventa morbido, la polpa gelatinosa e dolce.
Per accelerare la perdita dell’astringenza si possono mischiare ai cachi delle mele che producono etilene, una sostanza gassosa che stimola la maturazione.

10 dic 2011

Il sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino, 1947



Storie di partigiani ne ho sentite molte fin dall'infanzia. I miei nonni materni vivevano in un paesello arroccato sulle montagne tra Piemonte e Liguria, i miei nonni paterni sulle Langhe. A tutti piaceva raccontare. Storie di sofferenza, di paura, di ragazzi affamati che bussavano la notte in cerca di un piatto di minestra o un po' di paglia dove dormire. Mia nonna ne parlava con astio perché il suo ricordo era legato al furto di un maiale compiuto da un gruppo di partigiani.
Poi sono arrivate le letture di Pavese e Fenoglio a soppiantare i racconti dei nonni. Ed è attraverso le loro parole dure che l'immagine di quel particolare momento storico ha acquisito contorni definiti. “Il sentiero dei nidi di ragno” spesso appariva tra i titoli di letteratura partigiana, però un qualcosa mi allontanava dal linguaggio di Calvino. Avevo letto il “barone rampante”, il “visconte dimezzato” e temevo che Calvino ne scalfisse l'immagine. E così non mi sono mai deciso a leggerlo, almeno fino all'altro giorno, durante un viaggio in Toscana. 
La guerra partigiana è  lo sfondo su cui si muove una drammatica vicenda umana. L'attenzione di Calvino è tutta sulla psicologia di Pin. Pin ci è presentato nelle minime sfumature della sua controversa personalità; ogni azione apparentemente assurda è anticipata dallo scorrere dei suoi pensieri. Entriamo nella sua psiche, impariamo a conoscerlo, a capire la sua cattiveria, la sua angoscia, il suo lacerante bisogno di appartenenza. È un bambino che ha dovuto crescere in fretta per sopravvivere, e si è così trovato in una situazione di completa solitudine perché gli altri bambini lo sentono troppo diverso per accettarlo nel gruppo.
Neppure lo sforzo di rifugiarsi nel mondo dei grandi da i frutti sperati. Ha imparato a sbeffeggiarli, a intrattenerli parlando della sorella prostituta, a raccontare storie a sfondo sessuale per interessarli, a dire parolacce, ma resta comunque un bambino incapace di comprendere appieno le dinamiche degli adulti. Le loro pulsioni verso le donne, la loro morale, sono aspetti per lui misteriosi che lo riempono di fascino e repulsione. La sofferenza per questa straziante solitudine lo porta ad affezionarsi a qualsiasi persona che sembra interessarsi a lui, per poi restare irrimediabilmente deluso.
Quando una serie di circostanze lo avvicina ad un gruppo di partigiani, si sente finalmente parte di una comunità e si illude di aver trovato una famiglia. Ovviamente non è così e anche qui non riuscirà a trovare un suo spazio. La conclusione del romanzo sembra dirigersi irrimediabilmente verso una tragedia ed invece Calvino sorprende, lasciando l'unico sprazzo di speranza di tutto il romanzo, con una stupenda immagine di Pin e Cugino che si allontanano dalla città per mano.

9 dic 2011

Sweet Sixteen, Ken Loach, 2002

Due ragazzini si aggirano per le strade e nei bar cercando di vendere sigarette di contrabbando. Bastano poche immagini per introdurci in un quartiere povero e degradato di Glasgow. Questa volta l'analisi sociale di Ken Loach è incentrata sugli adolescenti e in particolare su Liam, un ragazzino quindicenne dalla vita particolarmente difficile. La madre è in prigione, la sorella è una ragazza madre, il patrigno è uno spacciatore che lo maltratta. Ci sono tutti gli ingredienti per creare un emarginato o un delinquente. E invece ci sorprende la forza morale del ragazzo, che nonostante debba remare contro forze enormi non si arrende. È anche questa la forza del film. Giocando sul fatto che si tratta di ragazzini, l'atmosfera non è quella mesta, triste, disperata che ci si attende da una simile rappresentazione di degrado sociale, ma rispecchia l'entusiasmo e la voglia di divertirsi e di sognare di Liam.

In un ambiente violento si introduce la presenza angosciante di un coltello che dal momento dell'ingresso in scena evoca una tragedia. Flipper, il migliore amico di Liam, glielo offre per celebrare il loro nuovo lavoro da spacciatori. Liam lo rifiuta, però quando gli viene di nuovo offerto, questa volta dalla banda di spacciatori di cui è diventato membro, accetta il regalo. Stringo i cuscini della poltrona pensando che la tragedia incomba nello scontro con l'amico del cuore, però Ken Loach ce la risparmia. Inaspettata arriva alla fine del film, proprio nel giorno in cui Liam compie sedici anni.
Il film ha la forza di trascinarci completamente nella storia. Ne siamo inglobati, sommersi e viviamo la stessa angoscia e impotenza dei protagonisti.

8 dic 2011

Egocentrismo intellettuale

Un ricco appartamento romano. Sono mobili di lusso, sono libri, sono appunti sparsi. Lei è una professoressa, scrittrice. Un intellettuale totalmente immersa nell'ambiente culturale borghese romano. Ci sediamo su un grande sofà bianco. Grassi gatti si aggirano per la casa. Ci parla di un articolo che sta scrivendo. Ma cosa le fa pensare che io sia interessato a cosa stia scrivendo? Io non le ho mica detto che ho appena comprato un gelato e non mi è piaciuto il gusto del pistacchio. Ma poi penso che è un aspetto che tutti i grandi comunicatori hanno in comune. Un'esigenza di condividere i loro pensieri che spesso può essere molto positiva perché arricchisce chi ascolta. E così scopro che un tal giornalista è un perverso maschilista e si diverte a ironizzare con un evidente senso di superiorità sul ruolo della donna nella società. Il discorso continua, ma è evidentemente monodirezionale. Ci vomita addosso una serie di nozioni con un tono odiosamente politically correct. Mi viene voglia di ruttare, di fare domande idiote per rompere questo rigido schema. Ma mi trattengo. Una forma di rispetto verso le persone più anziane mi trattiene.

Como può essere che un'intellettuale, una persona che dedica la vita ad assorbire nozioni decida che l'interlocutore che ha davanti non valga neppure la pena di essere preso in considerazione. Le parole che proviamo a rivolgerle rimbalzano contro un muro di gomma e interrompono semplicemente il flusso delle sue elucubrazioni, che non appena torna il silenzio, riprende imperterrito. Si ripropongono così anche nella comunicazione personale la situazione così cara all'ambiente universitario, maestro-discepolo, chi detiene il sapere e chi deve passivamente raccoglierlo. La legge della bilancia, il più forte prevale sul più debole in un'eterna competizione che si nasconde anche nell'apparente tranquillità e rilassatezza di una conversazione.

7 dic 2011

Tempo


Il treno procede lento. La destinazione è Albinia, un paesello sperduto nel cuore della Maremma. Davanti a noi varie ore di treno. E io mi sono premunito, una decina di album nell'mp3, due giornali appena comprati all'edicola della stazione, qualche libro. Mi siedo e ancora prima della partenza del treno sono già immerso nella prima pagina di Repubblica. Sono distratto. Salto tra le righe di articoli che in realtà non mi interessano, però non mollo la presa. Mica posso perdere tempo! Continuo. Ora sono le pagine del Manifesto con l'ottima melodia dei Massive Attack nelle orecchie, più per isolarmi che per godermela. Ma neppure gli articoli del Manifesto mi interessano realmente. E dopo vari articoli letti senza realmente aver afferrato nulla, butto il giornale da un lato e cerco frenetico tra i libri. Poche righe e anche qui gli occhi saltano distratti tra le righe. Nel frattempo scorrono le ore. Perché continuo a leggere? Quando mi sono reso conto che il mio cervello era impenetrabile a stimoli proveniente dalle pagine scritte avrei potuto rilassarmi, alzare lo sguardo verso il paesaggio esterno. Case, alberi, strade che mi vengono incontro, oppure visi, espressioni dei miei compagni di viaggio. Ma in questo modo avrei perso tempo. Tutte queste ore senza fare nulla. Come posso giustificare questa parola a me stesso? Nulla. Nulla. Nulla.

6 dic 2011

Risveglio della val Mongia


Sono le 5h30 di un freddo mattino di dicembre quando inforco la bici per ridiscendere lungo il Mongia ed arrivare alla città più vicina per prendere il treno. La notte è ancora la padrona assoluta. Eppure la valle si sta potentemente svegliando. Le prime finestre illuminate sono una sorpresa, ma poi vedo che quasi ogni casa lungo la strada ha almeno una finestra illuminata. La luce fioca che filtra a fatica attraverso le persiane chiuse sembra riscaldare leggermente la notte gelida e sottolinea la difficoltà di strapparsi alle coperte. Mi immagino facce ubriache dal sonno che si trascinano in queste grandi case di montagna per prepararsi alla nuova giornata. Sono visi di contadini, di operai, di studenti. La sveglia è il richiamo al quale non ci si può sottrarre. Di tanto in tanto un automobile mi sorpassa lentamente. La persona al volante si strofina gli occhi per capire se si tratta di un miraggio o davvero c'è una bici che scende nella notte. E poi arrivo a Ceva, la “città”. Qui la vita è già iniziata. Sono le 7h00, un gruppetto di ferrovieri beve un caffè prima di iniziare il turno, varie macchine sono forme al semaforo, un rumore di serranda che si alza.

3 dic 2011

Verità

“La verità è cosa popolare, forse plebea, manda cattivo odore, sta agli antipodi delle buone maniere ed è diametralmente opposta al tono della buona società”
Paul-Louis Courier

2 dic 2011

Dampyr

Dopo una serata trascorsa a bere birre, sapendo che la sveglia suonerà quasi all'alba, una mano invisibile mi mette sotto gli occhi un albo di Dampyr preso a caso su uno scaffale e occhi voraci scorrono tra le righe e lungo i contorni delle figure, instancabili fino all'ultima pagina. Benché da molti anni il mondo dei fumetti è un mondo lontano, è una relazione intensa quella che mi lega a questo fumetto della Bonelli, che esce in edicola ogni mese dal lontano aprile del 2000. È molto che perdo l'appuntamento mensile però, di tanto in tanto, quasi sempre di notte, vengo attratto dalla piccola collezione che si era formata  negli anni passati, anni da assiduo lettore.
Dampyr è frutto della mitologia dell'Europa dell'est. È figlio di un maestro della notte (una sorta di arcivampiro, molto più potente dei normali vampiri) ed una donna umana. È l'unica persona in grado di uccidere i maestri della notte e fin dal secondo albo ha dichiarato una lotta senza quartiere a questa crudele categoria di esseri immortali che vivono considerando gli esseri umani come prede. Grazie al suo sangue misto ha una serie di poteri sopranaturali che scopre con il passare degli episodi. Il fumetto infatti è una continuity e anche se ogni albo è perfettamente autonomo, lentamente prende forma una storia che attinge piccoli mattoncini dai singoli episodi. C'è una chiara evoluzione nei personaggi. Nel primo numero Harlan Draka (il nome reale di Dampyr) non era cosciente della propria natura e non credeva neppure ai vampiri, sebbene vivesse sulle loro spalle. Vagabondava negli sperduti villaggi bosniaci truffando la povera gente superstiziosa, facendole credere di essere in grado di dare la morte a quelle anime che non riuscivano ad abbandonare il cadavere. Sempre nel primo numero si crea il trio destinato a vivere la maggior parte delle pericolose avventure della saga. Questo controverso trio è composto da Tesla, una vampira pentita e Kurjak, un ex soldato.
Si apprezza la stranezza di questo trio perché i personaggi sono estremamente ben caratterizzati, tanto da sembrarci reali. Prima di essere trasformata in vampiro Tesla era una giovane ragazza di Berlino, che frequentava un ambiente anarchico e suonava in un gruppo punk. Ora soffre terribilmente per questa nuova natura, ma ha acquisito una buona dose di autoironia e accettazione ed è solo Harlan che ogni tanto la fa soffrire con qualche commento inappropriato. È una romanticona dolcissima, una ferrea femminista ed è solitamente vestita in abiti militari. Si relaziona con gli uomini con un miscuglio di civetteria e ironia. Kurjak è un soldato tutto d'un pezzo che per aver perso la famiglia nei bombardamenti della guerra in Bosnia ha partecipato con impegno e convinzione nella guerra dei Balcani. Sotto la scorza da soldataccio violento e coraggioso si cela una grande sensibilità e una lealtà incondizionata a Dampyr.
Dampyr è horror, però pur essendo l'etichetta più appropriata non esaurisce di certo la ricchezza della sue molteplici sfaccettature. La violenza è onnipresente, però in puro stile bonnelliano viene rappresentata con delicatezza senza mai sembrare gratuita o disgustosa. La scelta vincente è l'ambientazione, estremamente vicina alla realtà. I personaggi si muovono in lungo e in largo tra Europa, Africa, America e Australia, però in un mondo sempre estremamente reale. La rappresentazione di Praga è un esempio significativo. Impariamo ad amare questa città mitteleuropea con gli occhi dei personaggi. È una Praga ricca di mistero e fascino, perennemente avvolta dalla nebbia, con il peso della storia che trasuda dai vicoletti ed i vecchi palazzi. Poi ci sono le vicende storiche che fanno da sfondo alla trama nel più classico stile del romanzo storico. 
Insomma, anche se per me Dampyr è sofferenza ed è ore di sonno mancate, sarà difficile che riesca a restarne lontano in queste fredde e nebbiose notte invernali.

1 dic 2011

Identità sessuale e identità di genere


Perché quattro persone sedute attorno ad un tavolo di una piccola casetta di montagna prolungano all'infinito una nottata parlando di identità di genere e di identità sessuale?

Premetto che fino a poche ore fa le consideravo come due modi per esprimere lo stesso concetto. Invece mi sono reso conto che per parlare di questo tema è fondamentale tenere i due concetti separati. L'identità sessuale è quella che si identifica negli organi riproduttori; per intenderci: hai i testicoli è sei di sesso maschile, hai le ovaie e sei di sesso femminile. L'identità di genere invece è il costrutto culturale che si crea sopra questa divisione anatomica, è la creazione di due categorie per stabilire una regola sociale a questa differenza biologica. La categoria per essere effettiva ha bisogno di limiti ben chiari e marcati; la categoria vuole etichette, didascalie per stabilire quello che accetta al suo interno e quello che non accetta. Semplificando. Etichette della categoria donna: gonna, sensibilità, attrazione verso l'uomo, maternità, sottomissione, responsabilità verso la prole, pallavolo, rosa. Etichette della categoria uomo: pantaloni, forza, attrazione sessuale verso la donna, calcio, azzurro.
Questa divisione è figlia della praticità. Più la differenza è marcata e più in fretta si identifica l'appartenente all'altra categoria, agevolando la ricerca per la riproduzione e la continuità della specie. Così succede anche con gli animali che sottolineano la differenza dell'apparato riproduttore con qualità esterne e comportamenti molto diversi. Però come spesso accade, con il passare del tempo si arriva ad un irrigidimento e una cosa nata esclusivamente per utilità acquisisce uno status di dogma che genera più svantaggi che benefici. Nella società attuale l'aspetto riproduttivo nell'atto sessuale è passato in secondo piano e di conseguenza tutta questa rigidità nell'identificare le due categorie non è essenziale. Non ci serve identificare a prima vista la categoria di genere della persona che per qualche motivo ha risvegliato il nostro interesse. Ci potrebbe essere un'attrazione sessuale non per l'appartenenza alla categoria di genere opposto, ma per essere parte della categoria dell'ombelico in fuori o della categoria dei capelli neri, o della categoria del doppio mento, o della categoria della simpatia.
E una volta appurato che la categoria di genere non è più utile alla società attuale, tanto varrebbe eliminarla in modo da evitare tutti i problemi di esclusione che una classificazione sempre si porta dietro.
Si può davvero pensare di eliminare l'identità di genere? È un compito difficile perché significherebbe lottare contro una serie di abitudini che impregnano totalmente la “nostra” cultura (il “nostra” indica un'altra categoria, la categoria degli esseri umani).
Si dovrebbe riscrivere la grammatica eliminando i generi dai nomi, aggettivi, participi passati, pronomi, articoli. Si dovrebbero superare i vestiti di genere (gonna, vestiti, calze a maglia). Si dovrebbe ridefinire l'educazione di bambine/i.
E cosa accadrebbe? Si perderebbe la sessualità che spesso si pensa basata proprio sull'esasperazione delle differenze di genere? Si arriverebbe alla creazione dell'essere umano ibrido, né uomo, né donna?
Non penso. Non credo che la sessualità sia legata alla divisione di genere. Si stabilirebbe sicuramente una nuova forma di sessualità, ma questo non è una novità in quanto la sessualità è comunque in continuo cambiamento.

30 nov 2011

Librando


Cosa mi spinge ad avere nella lista dei miei siti preferiti il blog librando. Perché ho ricopiato tutti i post su un documento word per averli più vicini e poterli rileggere e rileggere fino a tatuarmeli sulla retina. Cosa cerco in recensioni di libri che per la maggior parte non ho letto e probabilmente non leggerò, a meno nel breve periodo.
Sono queste le domande che mi sono fatto stasera, quando inconsapevolmente le mie dita hanno cliccato d'abitudine sul link a librando e miei occhi si sono ritrovati a scorrere tra le righe dell'ultima recensione.
Possono le recensioni essere considerate come una qualsiasi altra opera letteraria o sono l'opera incompleta per antonomasia, subordinate alla lettura del libro di cui parlano? I post di Bens fanno pendere la bilancia verso la prima ipotesi. Bens non ci parla mai di un libro, ma sempre della relazione che lei ha con quel libro. Sono relazioni d'amore, conflittuali, complesse, passionali, di odio di cui ci parla con estrema lucidità, con una buona dose di coraggio per farci entrare in una sfera così intima. Ed è una curiosità molto simile a quella del voyerista ad attrarmi verso queste parole così spudoratamente belle che parlano di un magico filo che corre tra lei e i suoi amati libri.



29 nov 2011

Una vecchia signora

Poche case di pietra. Quasi tutte disabitate. Il bianco della neve. Il marrone dei castagni spogli. Sono camminate solitarie in questo bosco sconosciuto. Una valle stretta, isolata.
Una radura si affaccia davanti ai miei occhi. Uno spazio sepolto tra alberi fitti. Due occhi antichi mi osservano. Mi fermo. Sono occhi diffidenti, abituati a proteggere il territorio. La radura è coperta di crescione, un'insalata piccante che nasce nell'acqua. Ha un cestino con sé; lo riempie veloce. Si allontana rapida. Ora è l'artemisia. Siamo in un prato soleggiato. La neve si è sciolta quasi completamente. La borragine, le foglie di primule. Tutte le erbe hanno una storia. Storia che vengono dalla sua infanzia. La seguo ancora. Vive vicino ad un piccolo ruscello. Sono irrimediabilmente attratto da questo spazio buio che si apre di fronte a me. Uno spazio fatto di cemento al suolo, finestrelle piccole, sedie sparpagliate attorno ad un tavolo coperto da una cerata plasticosa.
Marmellate, liquori di erbe, barattoli con erbe secche occupano l'unico scaffale della cucina.
Il fuoco si accende rapido. Parla in un piemontese scarno, essenziale, interrotto da sorrisi duri. Per lo più è silenzio. Il silenzio della notte, il silenzio della casa.
Cosa stai cercando, mi chiede. Non so risponderle. Mi siedo e la guardo aggirarsi tra le pentole. Ma cosa faccio seduto su una sedia a casa di una vecchia contadina. Mi guardo le mani. Non so alzarmi. 

28 nov 2011

La finestra


Passo il tempo seduto sul davanzale di una vecchia finestra. Sono paesaggi familiari quelli che mi riempono le pupille, una strada asfaltata stretta e sgangherata che si inerpica fino ad un colle, anticamente transitata dai pellegrini diretti a Santiago de Compostela ma oggi praticamente deserta.
Ieri nevicava ed oggi tutto è bianco. Una lieve nevicata, un anticipo fuori stagione di inverno. I castagni che dominano il paesaggio ancora non hanno perso le foglie. Quando la neve cade sulla foglia, l'inverno non da noia, dicevano i vecchi. Ma era un modo per farsi animo, perché quando nevicava in anticipo le castagne rimanevano sotto la neve e nel lungo inverno si stringeva la cinghia. Le castagne erano tutto, erano cibo, sopravvivenza, lavoro, abitudine, amori che arrivavano con le castagnere venute dalla lontana Ormea. Ora per i pochi rimasti sono un concentrato di ricordi, di racconti, di tradizioni, di leggende. I tempi sono cambiati, e se i castagneti sono ancora ben curati e puliti, le castagne non ci sono più. Le piante hanno preso una strana malattia venuta da lontano, dalla Cina. Una larva si insidia nelle foglie, si nutre di loro e quando ne ha preso tutto il nutrimento se ne va, lasciando le foglie secche e raggrinzite. E con le foglie sempre più spesso sono gli alberi a morire e Viola perde poco a poco la sua anima.
Con lo sguardo seguo distrattamente la strada. Su, tra gli alberi, si intravede la borgata Bianche. Ci vivevano una decina di famiglie in quelle poche case di pietra accatastate una sull'altra. Quando nevicava si vedevano partire uomini armati di pale che arrivano fino alla nostra borgata dove erano accolti con vino e castagne. Noi spalavamo fino alla Riva e anche qui c'era un'accoglienza fatta di vino, castagne e sorrisi riconoscenti. E così si creava un sentiero stretto che tra alte pareti di neve permetteva a tutti di raggiungere valle.
Come una visione dissonante appare una giacchetta rosa. È di una bambina che cammina a passo svelto nell'aria gelida. Ha in mano una borsa da gettare nel contenitore dell'immondizia. Alza gli occhi e mi saluta contenta. È l'unica bambina della borgata; lunghi capelli neri e occhietti allungati che vengono da lontano. Stefano, il figlio di mia sorella, non ha trovato a sposarsi in paese e pochi anni fa è andato a prendere moglie nelle Filippine.
Inizia a piovere. Nella valle chiusa riecheggia il fragore del ruscello, un rumore sordo che attraversa il vetro sottile per infrangersi contro i miei timpani aridi. Il tempo è ovattato come il cielo. Passano le ore. Sulla retina resta impressa l'immagine di questo serpentone grigio, deserto. Poi un ombrello rosso attraversa lentamente il mio spazio visivo. Si trascina stanco, zoppicante, come l'uomo che lo sorregge, Giovanni, ultimo superstite di una borgata vicina. Io resto immobile, impietrito e quando l'immagine è svanita i miei occhi si riempono di lacrime. Sono poche lacrime stanche che emergono dal passato. Sono un rimpianto amaro. Giovanni è stato l'amore impossibile. Nelle lunghe serate autunnali si riunivano varie famiglie per scegliere le castagne. Insieme il lavoro si faceva più in fretta ed era meno noioso. Eravamo ragazzi. Spalla a spalla, seduti al tavolo di una buia stanzetta. Intorno a noi i visi duri dei contadini, sacchi di castagne secche che venivano rovesciati sul tavolo per essere scelti, pintoni di vino di quello pestato in casa, castagne morelle da sciogliere in bocca. Io quelle sere mi annoiavo, ma non quando c'era anche Giovanni. I contatti casuali sembravano prolungarsi all'infinito e quando lui mi guardava era con occhi così dolci che dovevo stringere i denti per non piangere. Ci baciammo una sera d'inverno, quello stesso anno, nell'angolo più scuro della stalla dove ci si riuniva per giocare a carte. Fu un bacio appena accennato, sofferto che ci spaventò tanto da allontanarci per sempre. Io dopo quella sera scappai dal paese e cercai la città, lui restò ma non si sposò mai.

27 nov 2011

Montagna al passato

Cammino veloce su uno stretto sentiero di pietre. Vorrei arrivare in un buon punto per vedere il sole nascere, ma in fondo non credo a quello che si dice che l'alba migliore sia in montagna. Mai sono riuscito a vederne una. Sempre c'è una montagna più alta, un avvallamento che ancora copre il sole quando le cime attorno sono già ben illuminate. Cammino immerso in un silenzio irreale, pesante. Le sagome delle piante sono ombre nere su uno sfondo che con il passare dei minuti si rischiara. Anche questa volta l'alba sarà un miraggio. E quando il cielo si fa arancione il paesaggio visivo si allarga. Vedo un lago, uno specchio d'acqua turchese su cui si riflettono gli alberi bassi cresciuti intorno. Sento attorno a me la presenza delle alte vette che mi sovrastano. Il posto ideale per piazzare la tenda e godermi questa settimana di vacanza. L'acqua del lago è gelata. Un pozzo variopinto con un richiamo irresistibile. Un piede, poi l'altro; il freddo fa male alle ossa e senza accorgermi sto nuotando leggero sulla superficie levigata. Nuoto in fretta, bracciate nervose per scaldarmi e quando esco dall'acqua mi riverso sull'erba.
Una tenda, pochi libri, cibo, un esperimento di solitudine. Mi siedo al sole e guardo l'orizzonte. Come affrontare la solitudine? È perché sto cercando la solitudine? Mi incammino leggero verso la cima di Collalunga. Un passo dietro l'altro, grigio delle pietre e azzurro intenso di un cielo terso. Non c'è altro, solo io, la montagna e il cielo. Solo quando è la luce della luna a rischiarare il sentiero raggiungo di nuovo la piccola radura dove è sistemata la tenda. È una luce avviluppante, argentea, così forte da mostrare i contorni delle cose. E questi raggi notturni si riflettono su una piccola tenda violacea, una tenda scura che sorge a pochi metri dalla mia.
E questa la ricerca della solitudine, penso stizzito. Con tutto il posto che c'è.
È mattina e mi siedo su una roccia. Urlo come non urlavo da tempo. Un suono acuto, gioioso in quest'aria limpida che si mischia ai rumori del giorno che nasce. Non sono molti i rumori sulle Alpi.
Probabilmente a causa di questo rumore dissonante la tenda violacea che tanta noia mi diede ieri si apre lentamente. Marta, il ricordo di un passato che credevo sepolto è in piedi davanti alla tenda e mi fissa sorpresa. Anche nel mio sguardo l'indifferenza iniziale è subito stata sovrastata da sorpresa e poi panico. Non credo al caso, non credo al destino, quindi questa apparizione improvvisa può solo sconcertarmi.
La saluto freddamente per mascherare una reazione inaspettata.
Marta mi riporta prepotentemente a Viola, alle origini. Viola è un paese piccolo, poche case sparse in una valle stretta che solo in prossimità della chiesa si inspessiscono un po' creando una sorta di centro storico. E in una di queste case, all'ombra del campanile, viveva Marta. Io non avevo quella fortuna, vivevo dall'altra parte della stretta valle in una cascina di una borgata sperduta nei boschi. Ma ogni giorno la scuola o piccole commissioni che mi incaricava mia madre mi portavano al paese. Un'ora di cammino per il ripido sentiero che scendeva al fiume per poi risalire sul più ricco versante al sud. Mi piaceva quel sentiero, ad ogni passo rievocavo luoghi famigliari. Lo facevo da solo; il tempo di quando a Viola vivevano centinaia di persone e anche da questa parte della valle c'era la scuola è lontano. Mia madre mi raccontava questi tempi andati nelle serate invernali. Loro a scuola erano in tanti. Da queste borgate ora deserte scendevano frotte di bambini con il libro sotto l'ascella per stiparsi in un'auletta piccola che li conteneva appena. Noi invece alle elementari eravamo una ventina, 5 anni di elementari accorpati in una unica stanza. Del mio anno eravamo in tre, Andrea, Marta ed io.
Con Marta sentii nascere un sottile filo di unione inspiegabile, un filo sottile però tenacemente resistente. Marta era bella, una bellezza pura e potente. La carnagione bianchissima, lentiggini, occhi vivacissimi. Si distingueva dagli altri per il suo atteggiamento aristocratico e la pelle bianchissima in un ambiente dove tutti eravamo bruciati dal sole. Sapeva di essere bella. I ragazzi più grandi incominciarono ben presto ad accorgersene e la invitavano ad uscire.
Ma questo era più tardi, già il tempo delle superiori quando la corriera ci portava a valle e io non ero più in classe con Marta. Era misteriosa, le piaceva essere il fuoco delle attenzioni, accettava a volte gli inviti più interessanti, ma sempre con un sorriso ironico, assente.
Io la guardavo da lontano. Passavo le giornate con Andrea, avevamo la comune passione per le grotte e la maggior parte del nostro tempo libero era indirizzato a questo. A scuola ci andavamo distrattamente, svogliati, e l'unica cosa positiva che mi ricordo era il viaggio di ritorno verso Viola sulla corriera.
Allora Marta spesso si sedeva con noi. Le piaceva sentire le nostre storie, le piacevano questi misteriosi nomi di grotta, immaginare cunicoli bui che scendono al centro della terra. Io speravo che le piacesse sentire la mia voce, però era solo fantasia. Però parlavo e parlavo senza poter smettere fino a quando sentivo questi curiosi occhi verdi che sembravano strapparmi l'anima. Poi io scendevo, prima di lei, dove iniziava la valle che io risalivo a piedi nel versante opposto alla direzione della corriera. La guardavo allontanarsi e poi mi incamminavo lungo il familiare sentiero. E così passarono gli anni delle superiori, anni intensi, agitati.
Una notte, di nuovo a casa per preparare un esame all'università, sedevo in una desolata stanzetta in un lato di una vecchia casa abbandonata con sotto gli occhi un libro di meccanica quantistica quando sentii un leggero picchiettio al vetro. Dita bianche che bussavano ironiche al vetro a pochi palmi dai mie occhi. Entrò sorridente dicendomi che le sembrava la serata ideale per passeggiare. La guardai sorpreso. Avevo scolpito in mento il lungo sentiero nei boschi che divideva questa stanza da casa sua, però da lei ci si poteva aspettare di tutto. Lei studiava psicologia, io fisica, in città lontane da Viola, città diverse ed era molto che non ci vedevamo.
Perché mi guardi con quegli occhi sbarrati, mi chiese canzonatoria. Mi spaventano i fantasmi le risposi e chiusi il libro. Non volevo più studiare, ero perso in quei suoi occhi ironici che mi guardavano enormi.
Ti va di passeggiare, mi chiese. Eccome se mi andava. Camminammo molto quella sera. Ci venivano incontro i rumori misteriosi del bosco notturno, il fischio degli uccelli, i profumi dell'erba. Mi chiese se ancora andavo in grotta. Era molto che non ci andavo più ma non era per quello che non riuscivo più a parlare. Quella sera i suoni del bosco era tutto quello di cui avevo bisogno. Mi sembrava una musica così bella che solo la dolce voce di Marta aveva il diritto di interrompere. E ora era lei a raccontare, raccontava dell'università, della città, degli studi, di musica. Fu una notte particolare, una notte infinita. Nessuno dei due voleva che finisse. Furono parole, passi, silenzio, sguardi, cielo, ma furono soprattutto le sue labbra che si posarono sulle mie, le sue mani che mi accarezzavano dolcemente, i suoi occhi grandi così vicino ai miei da inglobarli. Era mattino quando tornai a casa volando nell'aria ed era sera quando scoprii che Marta era partita. Allora non sapevo che non l'avrei mai più rivista fino ad oggi.

25 nov 2011

Mierda!

Cuantas noches, cuando la mayoría de la gente ya está amontonada en los rincones más escondidos, demasiado borracha para seguir, el discurso cae sobre un tema que muchos amamos, la mierda. Aquel gesto tan intimo y placentero que repetimos días tras días.
Hay mierdas, excrementos, deyecciones, defecaciones, deposiciones, excreciones, evacuaciones, detritos, heces, cacas, cagadas, boñigas. Esta recopilación está basada en la experiencia personal, en las de los colegas, en las de los antiguos compañeros de piso y en una lista que gira in internet.
  • Virtual: aquella que cuando vas al baño la notas a punto de salir, pero una vez sentado no sale nada
  • Perfect: aquella que después de cagar, te limpias y ves que el papel de baño está perfectamente limpio, listo para sonarse la nariz
  • Fantasma: aquella que no deja rastro ni en el papel de baño, ni en las paredes de la taza 
  • Mochilera: aquella que nunca te deja y cuando ya te has restregado el papel 50 veces continuas a verlo marrón y sentir el culo húmedo. Entonces no te queda más remedio de meter un poco de papel entre culo y calzoncillos y salir disimulando
  • A dos tiempos: aquella que cuando has acabado, te has limpiado y ya tienes los pantalones a las rodillas, te das cuentas que aún queda algo para salir y tienes que sentarte otra vez
  • Hulk: aquella que para sacarla tienes que hacer un terrible esfuerzo que te infla las venas del cuello y de la frente, y casi te da un derrame cerebral al sacarla. Apretando puños y dientes, acabas reventado y verde por el esfuerzo
  • Explosiva: aquella que te da justo el tiempo de bajarte los calzoncillos y sale explotando mientras te estas todavía sentando. Suele manchar las paredes de la taza y el pavimento alrededor del la taza
  • Indiscreta: aquella que va acompañada de pedos tan contundentes que la gente de la casa empieza a mirarse disimulando la incomodidad. Suele aparecer siempre en casas de otra gente o por la noche
  •  Alcohólica: aquella después de una noche de juerga. Es muy negra, muy olorosa y de consistencia gelatinosa. Se necesita media hora para limpiar el wc y las nalgas donde se ha enredado
  • Inoportuna: aquella del estrés. Cuando sabes que no podrás cagar durante un tiempo largo y de repente sientes un ligero estimulo. Al sentarte no sale nada y después de varios minutos, congestionado por el esfuerzo de empujar, te rindes. 
  • Vendimia: aquella que sale a forma de racimo de uva
  • Splash: aquella que sale tan rápido que precipita como un meteorito en el charco de agua, mojándote totalmente las nalgas
  • Espía: aquella que después de tirar de la cadena reaparece por sorpresa
  • Aristócrata: aquella que no huele. Suele ser un perfect o un fantasma
  • Exorcista: aquella que sale de varios colores, que uno piensa que su culo está poseído por el demonio
  • Mcdonalds: aquella que sale tan rica de trozos de comida aún entera que casi te da pena tirar de la cadena
  • Alpinista: aquella que se agarrada desapercibida a los pelos del culo y te das cuenta solo cuando horas después pasas los dedos bajo los calzoncillos y los sacas marrones y malolientes
  • Drácula: aquella que deja un rastro de sangre en el papel
  • Estalactita: aquella que por más que aprietes el culo no se rompe y crea una conexión entre el ano y el fondo del retrete. Tienes que levantarte ligeramente y oscilar las caderas para que se caiga
  • Sorpresa: aquella que se confunde con un pedo. Decides que no hace falta ir al baño y cuando te das cuenta ya tienes los calzoncillos pesados
  • Arca de Noe: aquella que no hay forma de hundir, sigue flotando no importa cuantas veces tiras de la cadena. Tienes que empujarla con la escobilla pero a veces emerge con impulso
  • Dietética: aquella que es tan grande que después de cagar te secas las lagrimas y el sudor y vas a celebrar porque sabes que has perdido tres kilos
  • Anónima: aquella que se encuentra en los pisos compartido. Te está esperando cuando entras en baño pero nadie reivindica su paternidad
  • Ritual: también suele encontrarse en los pisos compartidos. Es aquella que hace tu compañero de piso, cada día a la misma hora por la mañana, cuando tienes que salir pitando para ir a currar
  • Habladora: aquella que te da tanto placer al salir que no puedes detener un gemido
  • Locuaz: aquella que duele tanto al salir que jurarías que viene atravesada y va acompañada de un profundo quejido de dolor.
  • Muesca: aquella que se queda pegada a las paredes de la taza y no hay forma de sacarla de allí. Al salir del baño tienes que mirarte alrededor para que nadie te vea. Si hay alguien en vista tienes que hacer como se te olvidaste algo y vuelves dentro a darle una rasguñada.
  • Filosofa: aquella que te hace cara de bobo cuando después de una cagada de tipo mochilera te das cuentas que no queda papel. Intentas limpiarte con el rollo de cartón vació, lo despegas y frotas para ablandarlo. Si esto no es suficiente se suelen usar los calcetines
  • Cayena: aquella que cuando sale parece una bola de fuego 
  • Pudin: aquella que se parece a la pasta dentífrica, muy pegajosa y que nunca termina de salir. Se parece a la alcohólica pero suele ser más abundante. Tienes dos alternativas: tirar de la cadena, o correr el riesgo de que se amontone y llegue a nivel de tu culo mientras permaneces sentado e indefenso. Si no hay bidé contribuyes a la deforestación por la cantidad de papel que necesitas para limpiarte.
  • Conejito: aquella que cae en bolitas pequeñas, duras y muy negras, que hacen un ruido muy divertido al caer al agua.
  • Playera: aquella que haces disimulando en el mar esperando que caiga a pico y sin embargo al rato la ves flotar a tu lado. Tienes que desmenuzarla con las manos y alejarte rápidamente del sitio.
  • Navideña: aquella que sale después de varias comidas muy pesadas, seguidas, cuando tu cuerpo está que revienta. Suele ser un chorro continuo, constante, inacabable de un liquido amarillento que te deja el ano que escueces como si fuera atacados por mi pulgas.


La lista es parcial porque hay tantos tipo de mierda cuantas son las cagadas. 

24 nov 2011

Yoga sciamanico

Leí en un folleto que se tenía un curso de yoga sciamanico. Es una casa grande, burguesa, en un pueblo cercano. Me encuentro sentado sobre alfombras, en un sótano oscuro. Olor a incienso, velas, música de tambores africanos. Diez personas y la profe. Nos dice de respirar veloz, inspirar, espirar, muy agresivamente, sin pausas. Un chute de oxigeno importante.
Todo estamos con ojos cerrado. La profe habla, nos dice de dejar de lado la racionalidad y sacar la parte animal, pasional. Nos dice de concentrar la respiración sobre las zonas sexuales, para despertar esta energía que es la mas potente. Nos dice de movernos, de sentir la música, de gritar, de llorar, de reír, de bailar, de saltar. Libertad absoluta. Respiración siempre extremamente rápida. Sudo, bailo, grito y respiro frenético. La enorme cantidad de aire que entra en mi cuerpo me hace daño. La oscuridad total me tira hacia dentro. Alucino sin darme cuenta. Tiemblo y me caigo. Frío, calor, frío. Han pasado tres horas y no me he dado cuenta. Nos sentamos en circulo, muy cerca, cogiendo las manos de los vecinos. Respiración siempre acelerada visualizando la parte sexual. La energía más pura, nos dice. Yo ya no entiendo nada, estoy perdido. Los oídos me pitan, el pecho me duele, el cuerpo sigue temblando. No puedo más y paro esta respiración orgasmica. Normal las primeras veces, dice. Se crea una energía muy potente en este sótano, una energía sexual agresivamente peligrosa. Entiendo porque en la historia la iglesia ha intentado controlarla y pararla.