30 set 2011

Crash, Paul Haggis, 2004



Los Angeles, cupa, triste, pericolosa. Un miscuglio razziale pieno di pregiudizi rende impossibile la comunicazione. Le armi la fanno da padrone e vige la legge del più forte. Vari personaggi, varie storie si incrociano in questa città, scelta come metafora della società americana. Lascia un senso di scoramento, di profonda tristezza nel vedere queste vite che loro malgrado sono imprigionate negli spietati ingranaggi della società.
Paul Haggis è lo sceneggiatore di Million Dollar Baby. Ora nel ruolo del regista conferma le sue doti di grande comunicatore.

27 set 2011

Adiós Muchachos, Daniel Chavarría

Cuba. La ricerca del matrimonio perfetto che passa attraverso il corpo da favola di Alicia.
Una storia semplice, tirata per i capelli. Una trama che si distende stancamente senza mai riuscire a coinvolgermi. Daniel Chavarría non lo conoscevo. Leggo sull'ultima pagina che ha scritto vari libri che in gran parte sono stati tradotti in italiano. Non conosco gli altri ma dopo questa lettura non mi sento pronto per approfondire ulteriormente la sua conoscenza.

26 set 2011

Mario Cavatore - Il seminatore


Il seminatore è una storia strana, incredibile. Un intreccio di personaggi, di avvenimenti con uno sconcertante sostrato di verità. Il paese è una Svizzera negli anni trenta, impregnata di razzismo e influenze naziste della vicina Germania.
Un programma di beneficenza è una facciata per togliere i bambini zingari alle loro famiglie e combattere così il nomadismo. In uno di questi rapimenti legali la polizia uccide la madre che si era ribellata. Inizia così la vendetta di Lubo, il padre, che nel momento dei fatti paradossalmente stava svolgendo il servizio militare, simbolo dell'acquisita cittadinanza svizzera.
La sua vendetta, apparsagli in sogno, consiste nell'ingravidare duecento donne svizzere, contribuendo così ad andare contro tendenza in un perido storico che ricerca la purezza razziale.
Un libro che ho letto in fretta, un libro che fa venir voglia di sapere di più sulla popolazione zingara. Interessante l'idea di fondere le tecniche narrative. Si parte con la prima parte intitolata "Lubo". Un narratore inquadra la situazione in terza persona. La seconda parte, “i frutti”, è narrata in prima persona da Hans, in carcere sotto sospetto di aver ucciso la moglie. Nella terza parte abbiamo il punto di vista di Hugo, anch'esso in prima persona, sotto forma di una lettera che Hugo scrive al fratello Hans prima di sparire per sempre. L'ultima parte invece è la volta del commissario di polizia Motti che narra quanto sa lui su questi fatti. La sua narrazione, anch'essa con forma epistolare, è fondamentale per capire l'intera storia e chiarisce i punti che erano rimasti oscuri.
Interessante l'aspetto storico ben documentato nella postfazione. A dispetto di tutti i punti forti del libro, la sensazione che mancasse qualcosa mi ha seguito per tutta la lettura, una storia che sa a promessa mancata.

24 set 2011

Victor Jara

Si è celebrato nel mese di settembre l'anniversario della morte di Victor Jara. Chi era Victor Jara?
Lui si descriveva così:

“Soy folklorista, soy un hombre de extracción popular. Aprendí desde pequeño el lenguaje de los más, que son los más humildes y humillados. Conocí las sílabas del viento, de la poesía hermosa y natural de la vida allá en el campo. Mi madre me enseñó a cantar. Hoy estoy feliz con lo que hago pero también descontento o impaciente porque hay mucho que hacer. A veces quisiera ser diez personas para hacer diez cosas que el pueblo necesita.”

Un poeta, direttore di teatro, attore, cantautore. Era iscritto al partito comunista cileno e impegnato attivamente nella difesa della popolazione più povera. Il suo modo di fare arte era legato indissolubilmente alla società in cui viveva. L'immersione nelle tradizioni del popolo cileno contribuì a creare il fenomeno della “Nueva Canción Chilena”, che riscoprì le tradizioni folkloriche e creò la base ideale per l'emancipazione e la consapevolezza delle terribili condizioni a cui era assoggettato il popolo cileno. Il fermento sociale che si sviluppò così in quegli anni fu il detonante che rese possibile l'elezione di Salvador Allende come presidente del Cile.
Un cambio impensabile e sconvolgente in piena guerra fredda che causò l'intervento degli Stati Uniti per rovesciare il governo liberamente eletto. Così si esprimeva Henry Kissinger: “Non possiamo accettare che un paese abbracci il comunismo per l'irresponsabilità della sua propria gente”.
E così l'imperialismo che tanto Victor Jara osteggiava intervenne nella sua forma più diretta e spietata nella società cilena e fu la causa della sua morte. Insieme a migliaia di oppositori politici fu imprigionato e portato allo stadio Chile che si convertì in un enorme campo di concentramento. Durante quattro giorni lo torturarono, lo privarono di cibo e di sonno e poi lo fucilarono. Le ossa rotta delle mani e delle dita testimoniano un'ultima dimostrazione di coraggio. Si narra che per scherno i suoi aguzzini gli chiesero di cantare e lui ebbe ancora la forza di cantare “Venceremos”, canzone scritta per il partito di Allende.
“They could kill him” dichiarò la moglie Joan Jara a BBC News, “but they couldn't kill his songs”. Lo hanno assassinato, ma non sono riusciti ad uccidere le sue canzoni.
L'ultimo lascito fu un poema non terminato scritto nei drammatici giorni della tortura. Lo scrisse su un pezzetto di carta che venne fatto uscire dallo stadio nascosto nelle scarpe di un amico.




ESTADIO CHILE

Somos cinco mil
en esta pequeña parte de la ciudad
Somos cinco mil
¿Cuántos seremos en total
en las ciudades y en todo el país?
Sólo aquí, diez mil manos que siembran
y hacen andar las fábricas.

¡Cuánta humanidad
con hambre, frío, pánico, dolor,
presión moral, terror y locura!

Seis de los nuestros se perdieron
en el espacio de las estrellas.

Un muerto, un golpeado como jamás creí
se podría golpear a un ser humano.
Los otros cuatro quisieron quitarse todos los temores
uno saltando al vacío,
otro golpeándose la cabeza contra el muro,
pero todos con la mirada fija de la muerte.
¡Qué espanto causa el rostro del fascismo!
Llevan a cabo sus planes con precisión artera
sin importarles nada.
La sangre para ellos son medallas.
La matanza es acto de heroísmo.
¿Es éste el mundo que creaste, Dios mío?
¿Para esto tus siete días de asombro y de trabajo?
En estas cuatro murallas sólo existe un número
que no progresa,
que lentamente querrá más la muerte.

Pero de pronto me golpea la conciencia
y veo esta marea sin latido,
pero con el pulso de las máquinas
y los militares mostrando su rostro de matrona
lleno de dulzura.

¿Y México, Cuba y el mundo?
¡Que griten esta ignominia!
Somos diez mil manos menos
que no producen.
¿Cuántos somos en toda la Patria?
La sangre del compañero Presidente
golpea más fuerte que bombas y metrallas.
Así golpeará nuestro puño nuevamente.

¡Canto que mal me sales
cuando tengo que cantar espanto!
Espanto como el que vivo
como el que muero, espanto.
De verme entre tanto y tantos
momento del infinito
en que el silencio y el grito
son las metas de este canto.
Lo que veo nunca vi,
lo que he sentido y lo que siento
hará brotar el momento...

23 set 2011

Caldarroste



Un filo di fumo fuoriesce da un seccatoio, una grossa padella bucata è appesa ad una catena, un fuoco, mani abili scuotono la padella facendone saltare le castagne. È l'autunno a Viola. A Viola le castagne erano tutto. Per chi resta non sono più un frutto, sono un concentrato di ricordi, di racconti, di tradizioni, di leggende.
Mario seduto su una sedia bassa smuove di tanto in tanto la padella. Un movimento brusco, preciso, che fa saltare le castagne senza rovesciarle. L'arte delle caldarroste. Ne ha fatte saltare di castagne, ogni autunno negli ultimi settant'anni e come le fa lui hanno un sapore diverso.
Entriamo in casa. Fuori è già buio. Le giornate in autunno si fanno cortissime. L'autunno è della notte. Un sacco di tela grezza in mezzo al tavolo e mani veloci che ci si intrufolano per prendere le caladarroste ancora calde. Sono le mani di Ettore, le mani di Sandro, quelle rugose di Ernestina e quelle di Mario. I violesi hanno visto il fumo e sanno che stasera Mario ha fatto le caldarroste, però non sono venuti. Segno del tempo che scorre, anche Viola sta perdendo la sua anima. Mario non si arrende, le caldarroste sono comunità, le caldarroste si condividono. Riempie un cestello e le smista tra i vicini.
Mangiare castagne a Viola vuol dire ascoltare storie di tempi passati. Questa sera sono i racconti di Mario e Ernestina, entrambi di 86 anni, una vita vissuta insieme, prima come compagni di scuola e vicini di casa e poi come marito e moglie.
Per loro la raccolta delle castagne durava quasi due mesi, i boschi si animavano, i bambini interrompevano la scuola, arrivavano le castagnere che si alloggiavano nelle cascine sparse per la valle.
Di giorno si raccoglieva, la sera si ballava. Sotto gli occhi ironici di Ernestina, Mario racconta che andavano a prendere le castagnere nelle cascine. A volte erano camminate di alcune ore nei boschi. Poi si scendeva tutti al paese a ballare. Quanto si ballava. I balli erano quelli insegnati dai vecchi o da chi era andato a lavorare a giornata sulla Langa. E dopo il ballo si accompagnavano le castagnere a casa. D'autunno non si dormiva mai; all'alba bisognava alzarsi. Erano gruppi numerosi che in file ordinate percorrevano i boschi con il sacchetto legato ai fianchi, a ginocchioni sull'erba bagnata, per non lasciare neanche una delle preziose castagne. Cerano i nonni, i genitori, i bambini, le castegnere.Tutti raccoglievano. E la bontà della raccolta era la differenza tra un inverno tranquillo o un inverno di carestia.
I boschi riecheggiavano di voci potenti e melodiose; voci frutto della gioventù, riscaldate dai nuovi amori. Si alzava forte il canto della famiglia “Berturat”, rispondeva da lontano la famiglia “Du Rian” e la fredda aria autunnale si riempiva di canti.
Mario alza gli occhi con una smorfia di tristezza. “Sono cambiati i tempi”, dice. Ora nei boschi si sente il rumore delle macchine e dei trattori, poche persone raccolgono quanto prima raccoglieva un'intera comunità. Persone munite di cuffie per proteggersi le orecchie che con un pesante tubo aspiratore si muovono frenetici tra mucchi di ricci e foglie. Un lavoro duro, estenuante, che si prolunga durante tutto il giorno. La sera non si balla più, non c'è più nessuno e i pochi che restano non sanno ballare. Si ha a malapena la forza per un po' di televisione prima di addormentarsi.
Alle dieci Mario deve fare l'iniezione e smette di raccontare. Ci avviamo verso casa. Il cielo è stellato. Viola è buia e deserta. Parliamo della vecchiaia, del tempo che scorre, del nostro modo di vivere, delle cose che hanno portato a questo vertiginoso cambiamento. Meglio la vita di Mario e Ernestina o la nostra? È possibile invecchiare senza nostalgia? Domande senza risposte. Sandro accende la macchina. Seguo le lucine rosse allontanarsi e poi svanire. Entro in casa. Un abbaio lamentoso mi accompagna.

20 set 2011

Referendum

Firmare o non firmare? Eliminare il porcellum per tornare al mattarellum? Un continuo invito all'estrema semplificazione messo in atto da tutti quelli che si ritengono abbastanza bravi da fare il bene degli altri. Mi piacerebbe sentire attorno a me solo spiegazioni e non sempre crociate a favore di un SI o di un NO. Sempre più convinto che l'unica strada è l'anarchia.

Antes que anochezca, Reinaldo Arenas, 1992



Per Reinaldo Arenas scrivere l'autobiografia è un passo necessario per emettere un ultimo e disperato grido carico d'odio verso Fidel Castro e il comunismo, un binomio a cui attribuisce la colpa della sua sofferenza. È una lotta contro il tempo, poiché a causa dell'AIDS che lo divora è in condizioni fisiche disperate che non gli permettono neppure di scrivere. Ha registrato quando voleva scrivere ed un amico si occupa della sbobinatura.
L'infanzia è felice, una grande casa governata con pugno deciso dalla nonna, una numerosissima famiglia allargata, condizione di estrema miseria però dignitosa. Bambini, animali, persone, natura selvaggia. Una vita in comune vissuta all'aria aperta priva di spazio individuale e di oggetti superflui. Tutto si mischia, sessualità, lavoro, svago, balli, crudeltà. Fin dai primi anni traspare l'importanza primaria della sessualità. La scoperta dell'attrazione verso gli uomini, le prime esperienze erotiche con i cugini e lo zio. Questa sua inclinazione viene presto etichettata con la parola omosessualità e a Cuba un'etichetta del genere non è tollerata. La sessualità quindi passa ad essere il principale motivo di esclusione e discriminazione. Il libro è farcito di allucinate descrizioni della sua incredibile attività sessuale, totalmente libera e priva di pregiudizi. Proprio l'emancipazione sessuale è l'unica arma a disposizione di Arenas per mantenere la sua dignità e la sua identità contro un regime che tende ad appiattire tutto e tutti in una società collettiva priva di anima e di differenze. Ma proprio per questo motivo andrà in carcere dove sarà umiliato e torturato. Lo scrittore vive per molti anni in una situazione drammatica ed è  solo grazie alla profonda amicizia con poche persone che riuscirà a non affondare. In una società dove il regime penetra anche nella sfera personale di ognuno è difficile trovare amici veri e fidati. Arenas viene più volte tradito e venduto da suoi presunti amici, ma riesce a farsi alcuni amici veri che sono l'unica ancora di salvezza nei periodi maggiormente bui.
Spesso la narrazione si fa allucinata e riesce a portare il lettore nei gorghi della pazzia creata dalla disperazione estrema. È pura pazzia la condizione quasi animale in cui cade quando si rifugia in un parco per sfuggire alla ricerca della polizia. Privo di speranze sulla possibilità di fuga vive sugli alberi, dorme in anfratti, non ha cibo né contatti umani. 
Così come molto simile ad un girone infernale dantesco è il lavoro forzato nelle piantagioni a cui viene costretto in varie occasioni. Traspira il profondo senso di claustrofobia di un uomo che è nato con caratteristiche che lo escludono dalla società cubana, un uomo che viene umiliato, disprezzato, torturato, isolato, ma che per paradosso non può andarsene dall'isola. 
Il libro non è solo una feroce critica alla dittatura cubana, è una narrazione creata da un grande scrittore che nonostante i sentimenti in gioco riesce ad esprimere una letteratura di altissimo livello poetico. È un'immersione poetica in un mondo profondamente reale e brutale assolutamente da non perdere.

19 set 2011

Recinzioni

Passeggiando per i centri storici delle città italiane si resta colpiti dalla loro armonia estetica che ne spiega bellezza e fascino. Un centro fatto di stradine strette, di piazze, di cortili interni e di fontane. Lo spazio privato si confondeva con quello pubblico creando una continuità, specchio della comunità che le abitava. Probabilmente non era ancora stato inventato il concetto di privacy e la vita di ognuno si mescolava con la vita dei compaesani. Un'idea di comunità che si sta sgretolando. Ora le città sono una somma di individui singoli; grazie alla tecnologia e al miglioramento delle condizioni di vita non c'è più bisogno dei vicini e ci siamo permessi il lusso di isolarci.
Il paesaggio riflette il nuovo stile di vita. Dove i soldi lo consentono è dominato dalle inferriate, dai cancelli, dalle recinzioni. C'è un'esigenza di creare piccole fortezze, una frontiera tra la nostra proprietà e tutto il resto.
 Si recintano le villone, i palazzi popolari, le villette a schiera. A questa logica resistono solo le costruzioni antiche per problemi strutturali. Dentro la recinzione tutto è bello, erbetta verde, ogni tanto delle piscine, giostre per i bambini. Fuori, sullo spazio pubblico, c'è abbandono, sporcizia, bruttezza. È così le nuove città prendono forma, una somma di piccole oasi isolate, collegate tra di loro da un rapido percorso in automobile.
Il senso di comunità perso viene ricreato artificialmente nei centri commerciali, dove in spazi giganteschi si passa, senza divisioni e senza quasi accorgersene, da un negozio di roba ad un Burger King, dal supermercato al gelataio Gigi. Tutto aperto, tutto fruibile e luccicante.
Per una volta il problema non è solo delle città. Le antiche borgate dei paesini di montagna  erano di solito contraddistinte da uno spazio in comune, il centro della borgata, con la fontana, le panchine. Tutti contribuivano a tenerlo pulito e a spalare la neve; i bambini ci giocavano, gli anziani discorrevano seduti sulle panchine. Questo modello di costruzione è definitivamente scomparso.

15 set 2011

Cose contadine





La luna piena è alta in cielo. Diffonde una luce argentata in questa aspra valle rinsecchita dal sole. Tutto è silenzio. Un silenzio interrotto bruscamente dal suono irreale di un telefonino. È Aldo, pastore, contadino, sognatore, che convoca i pochi uomini di Viola perché una delle sue vacche sta partorendo. I parti notturni, temuti dai contadini di Viola, ma dal sapore magico. È una cosa delicata, c'è bisogno di varie persone e la presenza dei vicini è una consuetudine che viene da lontano. La stalla di Aldo è il punto di ritrovo. Ci arrivo dopo una passeggiata di una decina di minuti per una strada in salita tra gli alberi di castagno, Mi accoglie l'odore penetrante delle vacche. Aldo è indaffarato. Giuseppe lo assiste. Dal buio appaiono altre persone. C'è Piero, c'è Rinaldo, c'è Robi. Visi assonnati di chi è stato tirato giù dal letto improvvisamente e non ha ancora avuto il tempo per svegliarsi. Tutti sanno cosa fare. La stalla di Aldo è la stalla di tutti.
La vacca è coricata in mezzo ad altre vacche che ruminano indifferenti. Aldo ha le mani e le braccia totalmente immerse nella profondità di questo corpo gigantesco. I gesti sono quelli di una persona abituata a farli. Dalla vacca legata al fianco esce prima una cascata giallastra e poi una torta molliccia che si spiattella al suolo.
E d'improvviso tra le mani di Aldo spuntano due zoccolini. Rinaldo dice stupito: “è grandissimo”. Giuseppe annuisce. Per alcuni minuti non succede null'altro. La tensione sale. Le parole e i gesti si fanno più veloci. Piero prende due corde bianche. Vengono legate alle zampette del vitellino. Robi e Piero tirano. Prima la testa, il corpo, le zampe dietro. E sul pavimento della stalla si materializza un vitellino, con grandi occhi neri, spalancati.
“Che grasso!”, dicono.
Con uno strofinaccio lo massaggio per asciugarlo. È viscido. Una bava appiccicosa lo avvolge.
Le persone, silenziose come sono arrivate, lasciano la stalla illuminata e ridiventano ombre nella notte. Tornano al letto da cui erano stati strappati. Ormai è quasi mattina. Alcuni mesi fa si sarebbe potuto intravedere l'alba ma a metà settembre la notte è ancora la padrona. Il silenzio è tornato su Viola. Anch'io sono un ombra che cammino verso casa ancora pieno degli odori e delle immagini della stalla di Aldo.

13 set 2011

Il coraggio del pettirosso, Maurizio Maggiani, 1995

Di giorno pedalo su stradine di montagna; di notte mi chiudo in tenda ed entro nel mondo dei sogni creato da Maggiani. Perché ogni sera accendo la piccola lampadina a dinamo e mi contorco nel sacco a pelo per riuscire a meglio tollerare i crampi al collo? Sono attratto da un'altra realtà, una realtà dove la realtà non è realtà anche se ci assomiglia terribilmente.
L'ambiente di Saverio, il protagonista del libro, è libertario e anarchico, odora a leggendario. Chi non vorrebbe passare l'infanzia nel cosmopolita porto di Alessandria d'Egitto, con una famiglia allargata fatta di immigranti italiani anarchici e libertari.
Saverio è spensierato, non ha difficoltà economiche, ha successo con le ragazze e vivacchia di contrabbando nelle vie del porto.
La morte del padre segna la fine della gioventù e il simbolico punto di inizio del libro. Viene narrata senza attribuirle particolare importanza, come se Saverio stesse semplicemente assistendo ad un avvenimento ineluttabile, deciso da un inesorabile destino. Ma con la morte del padre,  Saverio rimane senza genitori ed inizia una lunga fase di ricerca che lo riempie di passato.
Il passato ha tanti volti, un solo luogo, Carlomagno, paesello italiano sulle Alpi Apuane di cui è originaria la famiglia e un filo conduttore, un poeta, Giuseppe Ungaretti, simbolo del male nel gruppo di anarchici italiani.
Saverio non sa nulla di Carlomagno, il padre non voleva ricordi e non parlava mai della lontana Italia. Ma il suo tener lontano i ricordi è solo superficie e tra gli oggetti del padre si rinviene un libro di poesie di Ungaretti, un libro tutto consunto a testimonianza di quanto sia stato letto. È quel libro l'ultimo e l'unico legame con la patria lontana.
Ed è il poeta, che risulta essere stato amico del padre, il punto di partenza per questa lunga immersione nel passato.  Un passato emerge in tutta la sua potenza grazie ad un espediente letterario dal sapore psicoanalitico. Saverio, incapace di guarire in seguito ad un'immersione andata male, è inchiodato nel letto di un ospedale. Il dottor Mondrian vede nella scrittura della storia che ossessiona i sogni di Saverio l'unica terapia possibile. Lo sbattere dei tasti di una vecchia Remington funge così da terapia e da mezzo per portarci a conoscenza di una storia lontana, la storia di Carlomagno e di Pascal.
L'atmosfera medioevale dalle tinte fantastiche si mischia così a quella altrettanto magica di Alessandria. Conosciamo nuovi personaggi, dei personaggi ricchi di carisma, che hanno la stessa forza dei personaggi reali. C'è Cerina che ricorda lontanamente Ellen, la madre di Jack nel più conosciuto dei libri di Ken Follet. È una donna indipendente, conoscitrice delle erbe, levatrice e guaritrice. E poi c'è la figlia, Sua, ragazza coraggiosa, curiosa e sognatrice. Nel periodo delle guerre di religione, delle eresie, dell'inquisizione, dove la lettura odorava a rogo, ama i libri e decide di imparare a scriverne per tramandare la storia di Carlomagno.
Frammezzata alla storia degli antenati si fa spazio Fatiha, un'altra donna forte, una donna di Palestina, una terrorista, un medico che appare provvidenzialmente per tenere  Saverio ancorato al presente.  Saverio ha bisogno di svuotarsi della sua storia per essere pronto ad amare.

9 set 2011

Aare



Dalla Svizzera ci si aspetterebbe che per la sua centralissima posizione riassumesse e concentrasse le principali caratteristiche europee, ma invece, forse dovuto all'isolamento delle Alpi, è un paese ricco di particolarità specifiche.
L'ho attraversata da nord a sud seguendo il corso dell'Aare, il fiume più lungo e importante in territorio svizzero.
Una pista ciclabile ne segue il corso per tutta la lunghezza.
Dalla guida turistica:


Il percorso dell’Aare segue quello del più grande fiume svizzero, dal lago glaciale sul Grimselpass fino alla sua confluenza con il Reno a Koblenz.
La discesa mozzafiato dal Grimselpass, la gola dell'Aare, le vedute spettacolari sul pacifico Brienzersee fino a Interlaken, culla del turismo dell'Oberland bernese. Lo spensierato Thunersee conduce l'Aare in pianura, nella Aaretal, verso Berna, l'agiata capitale federale coi suoi portici famosi in tutto il mondo.
Si procede verso il Seeland, dopo il Lac de Bienne con l'Aare sempre accanto, attraverso i boschi del Mittelland, campi, centrali elettriche e cittadine coi loro ponti sul fiume. Tutto si accalca nella lunga striscia abitata ai piedi del Giura: Aare e traffico, città, abitanti, fabbriche e magazzini. Fra questi Soletta, perla barocca, con il suo simbolico numero undici. Ma il Mittelland rurale è sempre vicino, come lo è la natura. Il «cortile interno» della Svizzera sa regalare forti emozioni.



Mi è rimasta impressa la relazione che gli abitanti hanno con l'acqua, così intima, profonda e rispettosa.
Arrivai a Koblenz  nel primo pomeriggio. Qui l'Aare è un fiume placido, scorre lento circondato da coltivazioni estensive, ricchissimo d'acqua come purtroppo in Italia è impensabile.
Ha percorso già quasi trecento chilometri, ha ricevuto acqua da decine di affluenti e attraversato varie città Svizzere tra cui la capitale confederale. Dopo un percorso così lungo ci si aspetta che arrivi alla confluenza con il Reno stremato, sporco e abbandonato.
Non è così. Le sue sponde sono accessibili e frequentate, c'è chi passeggia, chi legge, chi è seduto ad osservarne lo scorrere lento, chi si butta nelle sue acque che sembrano pulite e accoglienti. Pedalo lungo il sentiero dal tracciato che ogni tanto si allontana di qualche metro dal fiume lasciando la sponda a vegetazione protetta, ogni tanto passa a pelo dell'acqua separando il fiume dalle chilometriche estensioni coltivate.
Così continuo la risalita, incontrando città, paesini, gruppi di case, tutti accomunati da questa presenza costante dell'Aare.
A Berna, la ciclabile si inerpica per raggiungere il centro della città. Berna è circondata su tre lati dal fiume che con la sua ansa naturale ne ha fatto da difesa durante svariati secoli. Dall'alto della città si vede il fiume, che non è più il grande e placido fiume di pianura, ma sta lentamente acquisendo le caratteristiche legate alla montagna. Dall'alto della sua posizione i bernesi avrebbero potuto dar le spalle al fiume, ma non è stato così. Cercando il campeggio mi ritrovo a pedalare su una stradina sterrata che risale il fiume. D'improvviso vedo una coppia di persone che si fa trascinare dalla corrente. Ride e schiamazza. Dopo alcuni metri altre persone. Supero poi una signora in costume che sta risalendo a piedi. Trovo il campeggio. Sorge al lato di una spiaggia sul fiume. Un prato enorme che muore sulle rive dell'Aare. Famiglie, ragazzi, bambini, fuochi accesi, carne alla brace, birra. Di tanto in tanto qualcuno si immerge e viene immediatamente inghiottito dalla corrente dando inizio alla corsa. Una corsa folle verso la città, fino al punto dove la corrente permette di risalire a riva. Anche la vita a Berna sarebbe diversissima senza la presenza dell'Aare. 
Proseguo ancora verso Sud, verso le Alpi che ne sono la madre.
Il fiume si riduce leggermente e la corrente aumenta ma a Thun, che è l'ultimo paese sull'Aare che ho visitato prima di abbandonarlo attratto da una valle laterale di una bellezza da cartolina, l'Aare è ancora il punto di riferimento assoluto per la città. Qui, prima di partire per la sua corsa verso il basso, prende respiro in uno splendido lago tipicamente alpino.
Mi han raccontato che negli anni settanta anche in Svizzera l'inquinamento stava trasformando i fiumi in luoghi simili a discariche da evitare. Ma si sono accorti che non potevano permettersi di perdere questa ricchezza.