1 gen 2012

Paesi tuoi, Cesare Pavese, 1941

Le parole di mio nonno e di alcuni suoi amici mi seguono con il loro sapore nostalgico. Sono parole che mi spingono ad odiare lo sviluppo insensato degli anni del boom industriale che è riuscito in pochi anni a distruggere totalmente la società contadina. Un mondo idilliaco nella mia testa, la comunità del piccolo paese agricolo, la vita all'aria pura, agricoltura e allevamento per un consumo proprio, l'assenza di automobili. E di colpo Pavese distrugge la visione idilliaca sbattendomi sul muso una Langa dura, animalesca, violenta. Non c'è differenza tra i contadini e gli animali che ne popolano le cascine. L'autore si sbizzarrisce in un lungo elenco di paragoni e metafore, tutti nella direzione di avvicinare esseri umani e bestie. La storia è vista e narrata con gli occhi di un cittadino, che da Torino, dopo essere uscito dal carcere, accompagna il suo compagno di cella a Monticello per fare il macchinista. Già il viaggio in treno da Torino a Monticello, in una torrida giornata estiva pare un viaggio nel tempo. E l'arrivo alla cascina non smentisce i pregiudizi dell'uomo di città verso la campagna. Si trova davanti un ambiente fatto di lavoro, di miseria, di sporcizia, di incesto, di violenza, dove i soldi sono il valore più pregiato. Talino, che era stato arrestato per aver dato fuoco ad una vecchia masseria per screzi con i vicini, è l'unico figlio in un ambiente femminile ed è descritto come goffo, stupido, grande e grosso come un bue. La tragedia è nell'aria e si consuma quasi naturalmente quando Talino, accecato dalla gelosia reagisce impulsivamente all'offesa della sorella Gisella con cui ha avuto in passato un rapporto incestuoso e le pianta il tridente nel collo. Nonostante la tragedia, il patriarca decreta che il lavoro non si può interrompere e mentre Gisella sta morendo in un letto coperto di mosche, la macchina continua inesorabile a trebbiare il grano.

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