Una mattinata invernale in val Mongia. Le montagne sono imbiancate da una leggera spolverata di neve scesa il giorno precedente. Una Volvo bluastra sotto casa mia, un'intervista ad un antropologo torinese da filmare. Il viaggio a Torino avvolto in un'atmosfera surreale, in un tunnel grigio di nebbia e smog è rapido e non è trascorso molto tempo che già ci troviamo seduti nella disordinata cucina di M. Con lui si siedono K e G. S e A si occupano delle riprese. L'intervista è parte di un viaggio di scoperta sul tema identitario. Sono seduto su fredde piastrelle puntinate e mi concentro per assorbire queste parole che sembrano sferzare il mio cervello ancora addormentato. M è molto gentile e si destreggia con un amabile sorriso tra le incalzanti domande di G. Si parla di cultura, potere, lingua, politica, appartenenza, responsabilità, identità. Tutto è correlato. K riflette sulla difficoltà di praticare in ogni momento la responsabilità personale su cui invece G non transige. Ci sono momenti in cui non si ha voglia di essere responsabili di ogni scelta e si preferisce seguire passivamente la strada pensata da altri, dice. G è d'accordo sulla difficoltà di un cambiamento di prospettiva, però è convinto che con un'adeguata preparazione, l'esercizio quotidiano di responsabilità personale diventerebbe il meccanismo mentale più naturale e semplice da seguire. L'intervista stenta a decollare poiché M pare svicolare abilmente domande e affermazioni di G e non sembra disposto a sbilanciarsi. G prova a dare più incisività ed afferma convinto che in una società come la nostra in cui si professa il multiculturalismo e interculturalismo basati sul rispetto di altre culture e tradizioni, lui professa orgogliosamente il non rispetto. Non è disposto a rispettare una cultura per il puro fatto di essere una cultura altra ed è convinto piuttosto che la cultura sia solo un termine vuoto da combattere e superare. E questo per lui non si tratta di razzismo o intolleranza perché non rispetta neppure la sua di cultura; è fautore di una crescita personale che metta in discussione tutti gli aspetti che assorbiamo dall'ambiente. Esempi come la mutilazione degli organi sessuali femminili o la riflessione sul velo sono tirati in ballo per spiegarsi.
Sul velo M dice che a “casa loro” possono fare come vogliono. E qui G lo interrompe bruscamente praticando il non rispetto, dicendogli brusco che sta utilizzando gli stessi vocaboli di un leghista. G non accetta e non rispetta nessun tipo di imposizione, neppure se questa imposizione è frutto di una tradizione millenaria. Ogni azione della persona dovrebbe essere compiuta solo se in maniera consenziente, seppur anche questo termine odora terribilmente a parola vuota. Poi si passa attraverso il territorio linguistico. M parla della lingua come uno strumento utile per costruire un'identità nazionale, patriottica. Se questo tipo di identità evoca semplicemente appartenenza ad un gruppo e non prevede esclusione, allora il valore è neutro. Anche qui non c'è accordo. La lingua secondo G è sempre stata imposta dal potere come simbolo di appartenenza e di identità, quindi di per sé la creazione una lingua nazionale ha sempre una valenza negativa.
E dalla lingua alla politica. Ma non per discutere di politica contemporanea perché la pochezza dei politici italiani impedisce sprecare parole di riflessione teorica sul loro operato. Noto però che M da per scontata l'idea dominante di vincoli e limitazioni ai flussi migratori, cosa con cui io sono in profondo disaccordo. Ma da osservatore esterno non posso intervenire e mi limito ad incamerare l'informazione.
G prova un'ultima volta a stuzzicare M e con un sorriso gli chiede di essere più radicale. Lui che si autodefinisce moderato e che sente il bisogno di una rivoluzione totale contro un presente che allo stato attuale è aggressivamente radicale. M però è granitico e scansa abilmente anche questo ultimo tentativo. E così, richiamati all'ordine da S che nel frattempo ha esaurito la memoria video, si conclude la conversazione e ci troviamo di nuovo in strada, questa volta accolti dal tiepido sole invernale.
L'insoddisfazione finale di G per l'andamento dell'intervista è palpabile e per spiegare questo fallimento comunicativo si interroga sulla chiarezza delle sue domande. Però è convinto che M, con gli assist che gli sono stati forniti, se solo avesse voluto avrebbe potuto dire qualsiasi cosa. “Ha letto gli stessi libri che ho letto io, libri che a me hanno cambiato radicalmente il modo di vedere le cose. Evidentemente a lui non hanno sortito lo stesso effetto. Ha detto le stesse cose che avrebbe potuto dire una casalinga”. Questo lo sconsolato commento finale di G.
E dopo una serie di interviste andate male, senza che si sia mai riusciti ad instaurare un reale filo comunicativo, G dubita dell'esistenza di requisiti tali da poter pensare di fare una seria riflessione sull'idea dominante di identità e appartenenza. K, abituata ad intervistare una miriade di vecchiettini per il suo lavoro di dottorato, porta un po' di ottimismo perché è convinta che alla prima intervista è sempre difficile instaurare un canale di comunicazione fluido. Però le interviste dei quattro pensatori non hanno confini nazionali e non è semplice replicarle. Il loro sogno, difficile da realizzare, è quello di intervistare Barack Obama. Anche A è ottimista. Pensa che l'intervista sia stata positiva e interessante, almeno in certi punti, però ha bisogno di lasciare decantare le informazioni per concretizzare questa sua impressione e per adesso non è in grado di dare una chiave di lettura diversa dalla visione di G.
Per riprendersi dalla quantità di informazioni ingeriti, nulla di meglio di un sushi. Ma anche durante il tempo del sushi i quattro filosofi non riposano. Continuano a parlare di identità e viene tirato in ballo, forse propiziato dall'ambiente, Yukio Mishima. Strana associazione di pensiero citare il simbolo del patriottismo giapponese per un gruppo non identitario, ma la diversità di vedute è parte integrante della ricerca personale.
E da Mishima a You Porn il passo è breve. Quanti generi esistono nel mondo? Due, cinque, 7 miliardi o tutte le categorie in cui sono divisi i video su You Porn?
Per finire, dopo un passaggio al cinema per vedere "Cave of Forgotten Dreams" in 3D di Herzog e un passaggio in libreria per appropriarsi di una lista di libri forniti da M, i quattro filosofi si dirigono verso la macchina per ritornare sui loro monti. Il sogno di K di possedere un orologio fatto di uccelli si sfuma nella fredda nebbia torinese.
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