14 gennaio. Un'altra splendida giornata di sole nella stranezza di un inverno primaverile. Giornata ideale per correre. Mi segue Dick, il cane arancione di mio zio. Uno stretto sentiero si arrampica stancamente lungo il dorso della montagna. Corro lentamente su un tappeto di foglie di castagno che scricchiolano sotto le scarpe; almeno i cinghiali o i bracconieri mi sentono arrivare e non rischio brutte sorprese. Vicino al sentiero si apre una piccola radura e, come un'apparizione, vedo una casina totalmente di legno. Come nelle fiabe, ma questa è reale, con le tipiche assi in legno nuove, ancora zuppe di impregnante. Una casetta minuscola, con davanti pochi alberi da frutta, alcune panchine di legno, un tavolo e una fontana. La casa è chiusa. Non c'è nessuno. Non riesco ad allontanarmi e ci giro attorno esaltato. Sotto gli occhi ho una possibile via di fuga al circolo vizioso: lavoro, affitto, cibo. È bello scoprire che ci sono alternative. Potrei trovare un bosco adatto, magari demaniale, costruire una casa come questa e tutto attorno piantare alberi da frutta e verdura. Le necessità primarie sarebbero coperte e con questa tranquillità, il lavoro acquisirebbe un significato totalmente nuovo. Non più una gabbia dove si è costretti a rinchiudersi per schiavitù allo stipendio, ma una scelta appagante con la libertà, in caso di stanchezza o assuefazione, di cambio o abbandono. Certo, questa può essere solo una scelta individuale per la sua radicalità, però è positivo vedere modi di vita alternativi.
E con il pensiero legato alla casetta continuo a salire lungo il sentiero.
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