Per Reinaldo Arenas scrivere l'autobiografia è un passo necessario per emettere un ultimo e disperato grido carico d'odio verso Fidel Castro e il comunismo, un binomio a cui attribuisce la colpa della sua sofferenza. È una lotta contro il tempo, poiché a causa dell'AIDS che lo divora è in condizioni fisiche disperate che non gli permettono neppure di scrivere. Ha registrato quando voleva scrivere ed un amico si occupa della sbobinatura.
L'infanzia è felice, una grande casa governata con pugno deciso dalla nonna, una numerosissima famiglia allargata, condizione di estrema miseria però dignitosa. Bambini, animali, persone, natura selvaggia. Una vita in comune vissuta all'aria aperta priva di spazio individuale e di oggetti superflui. Tutto si mischia, sessualità, lavoro, svago, balli, crudeltà. Fin dai primi anni traspare l'importanza primaria della sessualità. La scoperta dell'attrazione verso gli uomini, le prime esperienze erotiche con i cugini e lo zio. Questa sua inclinazione viene presto etichettata con la parola omosessualità e a Cuba un'etichetta del genere non è tollerata. La sessualità quindi passa ad essere il principale motivo di esclusione e discriminazione. Il libro è farcito di allucinate descrizioni della sua incredibile attività sessuale, totalmente libera e priva di pregiudizi. Proprio l'emancipazione sessuale è l'unica arma a disposizione di Arenas per mantenere la sua dignità e la sua identità contro un regime che tende ad appiattire tutto e tutti in una società collettiva priva di anima e di differenze. Ma proprio per questo motivo andrà in carcere dove sarà umiliato e torturato. Lo scrittore vive per molti anni in una situazione drammatica ed è solo grazie alla profonda amicizia con poche persone che riuscirà a non affondare. In una società dove il regime penetra anche nella sfera personale di ognuno è difficile trovare amici veri e fidati. Arenas viene più volte tradito e venduto da suoi presunti amici, ma riesce a farsi alcuni amici veri che sono l'unica ancora di salvezza nei periodi maggiormente bui.
Spesso la narrazione si fa allucinata e riesce a portare il lettore nei gorghi della pazzia creata dalla disperazione estrema. È pura pazzia la condizione quasi animale in cui cade quando si rifugia in un parco per sfuggire alla ricerca della polizia. Privo di speranze sulla possibilità di fuga vive sugli alberi, dorme in anfratti, non ha cibo né contatti umani.
Così come molto simile ad un girone infernale dantesco è il lavoro forzato nelle piantagioni a cui viene costretto in varie occasioni. Traspira il profondo senso di claustrofobia di un uomo che è nato con caratteristiche che lo escludono dalla società cubana, un uomo che viene umiliato, disprezzato, torturato, isolato, ma che per paradosso non può andarsene dall'isola.
Il libro non è solo una feroce critica alla dittatura cubana, è una narrazione creata da un grande scrittore che nonostante i sentimenti in gioco riesce ad esprimere una letteratura di altissimo livello poetico. È un'immersione poetica in un mondo profondamente reale e brutale assolutamente da non perdere.

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