Il seminatore è una storia strana,
incredibile. Un intreccio di personaggi, di avvenimenti con uno
sconcertante sostrato di verità. Il paese è una Svizzera negli anni trenta, impregnata di razzismo e influenze naziste della vicina Germania.
Un
programma di beneficenza è una facciata per togliere i bambini
zingari alle loro famiglie e combattere così il nomadismo. In uno di
questi rapimenti legali la polizia uccide la madre che si era
ribellata. Inizia così la vendetta di Lubo, il padre, che nel momento dei
fatti paradossalmente stava svolgendo il servizio militare, simbolo dell'acquisita cittadinanza svizzera.
La sua vendetta, apparsagli in sogno, consiste nell'ingravidare duecento donne svizzere, contribuendo così ad andare contro tendenza in un perido storico che ricerca la purezza razziale.
La sua vendetta, apparsagli in sogno, consiste nell'ingravidare duecento donne svizzere, contribuendo così ad andare contro tendenza in un perido storico che ricerca la purezza razziale.
Un
libro che ho letto in fretta, un libro che fa venir voglia di sapere
di più sulla popolazione zingara. Interessante l'idea di fondere le
tecniche narrative. Si parte con la prima parte intitolata "Lubo". Un
narratore inquadra la situazione in terza persona. La seconda parte, “i frutti”, è narrata in prima persona da Hans, in
carcere sotto sospetto di aver ucciso la moglie. Nella terza parte
abbiamo il punto di vista di Hugo, anch'esso in prima persona, sotto
forma di una lettera che Hugo scrive al fratello Hans prima di
sparire per sempre. L'ultima parte invece è la volta del commissario
di polizia Motti che narra quanto sa lui su questi fatti. La sua
narrazione, anch'essa con forma epistolare, è fondamentale per capire l'intera storia e chiarisce i punti che erano rimasti oscuri.
Interessante l'aspetto storico ben
documentato nella postfazione. A dispetto di tutti i punti forti del libro, la sensazione che mancasse qualcosa mi ha seguito per tutta la lettura, una storia che sa a promessa mancata.
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