23 set 2011
Caldarroste
Un filo di fumo fuoriesce da un seccatoio, una grossa padella bucata è appesa ad una catena, un fuoco, mani abili scuotono la padella facendone saltare le castagne. È l'autunno a Viola. A Viola le castagne erano tutto. Per chi resta non sono più un frutto, sono un concentrato di ricordi, di racconti, di tradizioni, di leggende.
Mario seduto su una sedia bassa smuove di tanto in tanto la padella. Un movimento brusco, preciso, che fa saltare le castagne senza rovesciarle. L'arte delle caldarroste. Ne ha fatte saltare di castagne, ogni autunno negli ultimi settant'anni e come le fa lui hanno un sapore diverso.
Entriamo in casa. Fuori è già buio. Le giornate in autunno si fanno cortissime. L'autunno è della notte. Un sacco di tela grezza in mezzo al tavolo e mani veloci che ci si intrufolano per prendere le caladarroste ancora calde. Sono le mani di Ettore, le mani di Sandro, quelle rugose di Ernestina e quelle di Mario. I violesi hanno visto il fumo e sanno che stasera Mario ha fatto le caldarroste, però non sono venuti. Segno del tempo che scorre, anche Viola sta perdendo la sua anima. Mario non si arrende, le caldarroste sono comunità, le caldarroste si condividono. Riempie un cestello e le smista tra i vicini.
Mangiare castagne a Viola vuol dire ascoltare storie di tempi passati. Questa sera sono i racconti di Mario e Ernestina, entrambi di 86 anni, una vita vissuta insieme, prima come compagni di scuola e vicini di casa e poi come marito e moglie.
Per loro la raccolta delle castagne durava quasi due mesi, i boschi si animavano, i bambini interrompevano la scuola, arrivavano le castagnere che si alloggiavano nelle cascine sparse per la valle.
Di giorno si raccoglieva, la sera si ballava. Sotto gli occhi ironici di Ernestina, Mario racconta che andavano a prendere le castagnere nelle cascine. A volte erano camminate di alcune ore nei boschi. Poi si scendeva tutti al paese a ballare. Quanto si ballava. I balli erano quelli insegnati dai vecchi o da chi era andato a lavorare a giornata sulla Langa. E dopo il ballo si accompagnavano le castagnere a casa. D'autunno non si dormiva mai; all'alba bisognava alzarsi. Erano gruppi numerosi che in file ordinate percorrevano i boschi con il sacchetto legato ai fianchi, a ginocchioni sull'erba bagnata, per non lasciare neanche una delle preziose castagne. Cerano i nonni, i genitori, i bambini, le castegnere.Tutti raccoglievano. E la bontà della raccolta era la differenza tra un inverno tranquillo o un inverno di carestia.
I boschi riecheggiavano di voci potenti e melodiose; voci frutto della gioventù, riscaldate dai nuovi amori. Si alzava forte il canto della famiglia “Berturat”, rispondeva da lontano la famiglia “Du Rian” e la fredda aria autunnale si riempiva di canti.
Mario alza gli occhi con una smorfia di tristezza. “Sono cambiati i tempi”, dice. Ora nei boschi si sente il rumore delle macchine e dei trattori, poche persone raccolgono quanto prima raccoglieva un'intera comunità. Persone munite di cuffie per proteggersi le orecchie che con un pesante tubo aspiratore si muovono frenetici tra mucchi di ricci e foglie. Un lavoro duro, estenuante, che si prolunga durante tutto il giorno. La sera non si balla più, non c'è più nessuno e i pochi che restano non sanno ballare. Si ha a malapena la forza per un po' di televisione prima di addormentarsi.
Alle dieci Mario deve fare l'iniezione e smette di raccontare. Ci avviamo verso casa. Il cielo è stellato. Viola è buia e deserta. Parliamo della vecchiaia, del tempo che scorre, del nostro modo di vivere, delle cose che hanno portato a questo vertiginoso cambiamento. Meglio la vita di Mario e Ernestina o la nostra? È possibile invecchiare senza nostalgia? Domande senza risposte. Sandro accende la macchina. Seguo le lucine rosse allontanarsi e poi svanire. Entro in casa. Un abbaio lamentoso mi accompagna.
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