7 ott 2011

Pioggia

Una serata estiva, un luogo magico nel cuore della Sierra Madre. Siamo a mille metri d'altezza e sotto di noi si può intravedere il mar dei Caraibi. Inizia a piovereCi precipitiamo in tenda. Una tenda viola appartenente all'universidad del Norte di Barranquilla. Lavoriamo ad un progetto di scavi archeologici. Io faccio da assistente a Margarita che è la responsabile del progetto. È dal mattino che scaviamo, terra e sudore e null'altro. Sono bagnato. La pioggia dei Caraibi arriva improvvisa sotto forma di diluvio. Non lascia tempo per scappare.
Margarita mi guarda con i suoi occhi nerissimi e indecifrabili. I capelli corvini gocciolano sulla maglietta sporca di terra. L'odore d'umidità mi entra nelle radici come una sferzata. È la forza incredibile dei tropici, la forza della natura contenuta a stento dall'uomo. Qui posso intuire come si sentiva l'uomo primitivo quando non aveva ancora assunto il dominio totale e completo sulla natura circostante.
La luce in tenda è fioca. Ci cambiamo vergognosi cercando di nasconderci il più possibile allo sguardo dell'altro, ma in modo indiscreto per non fare i bigotti. Non posso farci nulla, immaginare i suoi occhi profondi sul mio corpo mi fa sembrare indifeso. Non amo sentirmi indifeso di fronte a lei. Le gocce colpiscono con forza imperiosa la tenda che oscilla in balia del temporale tropicale. Attraverso lo stretto spioncino della tenda osserviamo gli alberi ondeggiare e la cascata d'acqua che inonda ogni cosa. Il vapore acqueo che entra dallo stretto spioncino mi bagna il viso. Mi ritraggo. Gli occhi neri di Margarita sono a pochi centimetri dai miei. Resto sconcertato da questo miscuglio di bellezza e potenza della pioggia. Il suo alito caldo mi accarezza il viso reso sensibile dall'umidità. Si sposta e cerca di alzarsi per cercare una lampadina. È difficile muoversi in una tenda sballottata dal vento, senza poter toccar le pareti bagnate. La forza di gravità dei nostri corpi è più forte. Cade, il suo viso contro il mio, il suo corpo avvolto in una scura tuta da lavoro contro il mio. La guardo a lungo e mi perdo nel baratro di questa profondità senza tempo. Sono le sue mani a riportarmi indietro. Le sue mani che scrutano il mio corpo, la sua bocca che segue i contorni nella mia, i suoi denti che mi attirano in una spirale di dolore e piacere. Siamo come l'acqua che ci circonda, ci muoviamo a ritmi antichissimi, ci rigiriamo sul pavimento bagnato della tenda, ma presto ne usciamo. C'è troppa energia per inglobarla in una tenda scossa dalla tormenta tropicale. Ora è la volta d'acqua il nostro orizzonte. Goccioloni così grossi e intensi che ho la sensazione di stare nuotando. Siamo abbracciati e sento la sua pelle bagnata su ogni centimetro del mio corpo.
Non piove più. Siamo nudi, stiamo guardando il cielo e il pericolo di questa situazione mi risveglia sensazioni assopite. Due corpi indifesi alle insidie delle foresta.

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