31 ott 2011

Il divo, Paolo Sorrentino, 2008



Ho la coscienza di essere di statura media, ma se mi giro attorno non vedo giganti.

Questo è Andreotti, il personaggio più emblematico, discusso, onnipresente dell'Italia del dopoguerra.
Coraggiosa l'idea di Sorrentino di immortalarlo in un film. L'attore che gli da la faccia è uno straordinario Toni Servillo che ne imita egregiamente il caratteristico portamento e gestualità che tutti conosciamo.
L'inizio del film ricorda le scene della vendetta di Michael Corleone nel padrino. Una veloce rassegna dei più importanti omicidi eccellenti della storia repubblicana accompagnati da una musica incalzante. Tutti gli omicidi sono legati a doppio filo con la figura di Andreotti e lo stacco sul viso impassibile del vecchio leader democristiano trafitto da aghi che dovrebbero curarlo dalla sua costante emicrania è programmatica delle intenzioni del regista. L'Andreotti di Sorrentino è una figura grottesca, complessa, sofferente, cinica, apparentemente indifferente al mondo che lo circonda. È una figura che si avvia verso la fine del suo regno. Il film inizia con l'inizio del settimo e ultimo governo Andreotti.
Poteva essere una critica dura e spietata al personaggio che rappresenta meglio di ogni altro il degrado della politica italiana, ma Sorrentino va oltre, si spinge alla ricerca delle mille sfaccettature di questo complesso personaggio. Lo segue nella sua vita quotidiana, in avvenimenti apparentemente insignificanti che però ne descrivono benissimo la personalità.
E così vediamo le passeggiate di primissima mattina, quando in una Roma ancora immersa nell'oscurità, Andreotti cammina lentamente verso la Chiesa. Ci sono i suoi problemi di emicrania costante e di insonnia.
C'è il rapporto con la moglie Lidia, apparentemente distante e freddo però fatto di piacevoli momenti di intimità. Uno di questi, forse l'unica scena in cui cade la maschera grottesca del personaggio, è la scena dei due sul divano che si tengono teneramente per mano ascoltando un concerto di Renato Zero alla televisione.
C'è il suo ruolo politico, simile a quello di ragno mummificato che ha teso la sua rete invisibile nelle cupe e spaziose stanze del potere. I cortigiani che sono la famosa corrente andreottiana all'interno della DC acquistano luce sono quando entrano in contatto con il capo. Il più presente è senza dubbio il vitale Ciriaco Pomicino, grande tessitore di alleanze e animatore delle serate di gala romane.
Sorrentino ci sbatte sotto gli occhi con inaudita lucidità un modo di gestire il potere, spietato, infido, tutto incentrato su sottili equilibri di potere, dove l'entusiasmo e l'idealismo di operare per il bene pubblico sono completamente inesistenti. Il momento di critica più dura e diretta è nell'unico atto in cui Andreotti fa un dialogo di più di una manciata di parole. A mo' di catarsi, da solo, seduto su una sedia, elenca velocemente, senza tregua, quasi a liberarsi di un peso enorme spiega il male che ha compiuto, gli intrighi, le sue frequentazioni, che giustifica però con il perseguire del bene pubblico.

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