Ho
la coscienza di essere di statura media, ma se mi giro attorno non
vedo giganti.
Questo è Andreotti, il personaggio più emblematico, discusso,
onnipresente dell'Italia del dopoguerra.
Coraggiosa
l'idea di Sorrentino di immortalarlo in un film. L'attore che gli da
la faccia è uno straordinario Toni Servillo che ne imita
egregiamente il caratteristico portamento e gestualità che tutti
conosciamo.
L'inizio
del film ricorda le scene della vendetta di Michael Corleone nel
padrino. Una veloce rassegna dei più importanti omicidi eccellenti
della storia repubblicana accompagnati da una musica incalzante. Tutti gli omicidi sono legati a doppio filo con la figura di Andreotti e lo stacco sul viso
impassibile del vecchio leader democristiano trafitto da aghi che
dovrebbero curarlo dalla sua costante emicrania è
programmatica delle intenzioni del regista. L'Andreotti di Sorrentino
è una figura grottesca, complessa, sofferente, cinica,
apparentemente indifferente al mondo che lo circonda. È una figura
che si avvia verso la fine del suo regno. Il film inizia con l'inizio
del settimo e ultimo governo Andreotti.
Poteva
essere una critica dura e spietata al personaggio che rappresenta
meglio di ogni altro il degrado della politica italiana, ma
Sorrentino va oltre, si spinge alla ricerca delle mille sfaccettature
di questo complesso personaggio. Lo segue nella sua vita quotidiana,
in avvenimenti apparentemente insignificanti che però ne descrivono
benissimo la personalità.
E
così vediamo le passeggiate di primissima mattina, quando in una
Roma ancora immersa nell'oscurità, Andreotti cammina lentamente
verso la Chiesa. Ci sono i suoi problemi di emicrania costante e di
insonnia.
C'è
il rapporto con la moglie Lidia, apparentemente distante e freddo
però fatto di piacevoli momenti di intimità. Uno di questi, forse
l'unica scena in cui cade la maschera grottesca del personaggio, è
la scena dei due sul divano che si tengono teneramente per mano
ascoltando un concerto di Renato Zero alla televisione.
C'è
il suo ruolo politico, simile a quello di ragno mummificato che ha
teso la sua rete invisibile nelle cupe e spaziose stanze del potere.
I cortigiani che sono la famosa corrente andreottiana all'interno
della DC acquistano luce sono quando entrano in contatto con il capo.
Il più presente è senza dubbio il vitale Ciriaco Pomicino, grande
tessitore di alleanze e animatore delle serate di gala romane.
Sorrentino
ci sbatte sotto gli occhi con inaudita lucidità un modo di gestire
il potere, spietato, infido, tutto incentrato su sottili equilibri di
potere, dove l'entusiasmo e l'idealismo di operare per il bene
pubblico sono completamente inesistenti. Il momento di critica più
dura e diretta è nell'unico atto in cui Andreotti fa un dialogo di
più di una manciata di parole. A mo' di catarsi, da solo, seduto su
una sedia, elenca velocemente, senza tregua, quasi a liberarsi di un
peso enorme spiega il male che ha compiuto, gli intrighi, le sue
frequentazioni, che giustifica però con il perseguire del bene
pubblico.
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