Cammino veloce su uno
stretto sentiero di pietre. Vorrei arrivare in un buon punto per
vedere il sole nascere, ma in fondo non credo a quello che si dice
che l'alba migliore sia in montagna. Mai sono riuscito a vederne una.
Sempre c'è una montagna più alta, un avvallamento che ancora copre
il sole quando le cime attorno sono già ben illuminate. Cammino
immerso in un silenzio irreale, pesante. Le sagome delle piante sono
ombre nere su uno sfondo che con il passare dei minuti si rischiara.
Anche questa volta l'alba sarà un miraggio. E quando il cielo si fa
arancione il paesaggio visivo si allarga. Vedo un lago, uno specchio
d'acqua turchese su cui si riflettono gli alberi bassi cresciuti
intorno. Sento attorno a me la presenza delle alte vette che mi
sovrastano. Il posto ideale per piazzare la tenda e godermi questa
settimana di vacanza. L'acqua del lago è gelata. Un pozzo variopinto
con un richiamo irresistibile. Un piede, poi l'altro; il freddo fa
male alle ossa e senza accorgermi sto nuotando leggero sulla
superficie levigata. Nuoto in fretta, bracciate nervose per scaldarmi
e quando esco dall'acqua mi riverso sull'erba.
Una tenda, pochi libri,
cibo, un esperimento di solitudine. Mi siedo al sole e guardo
l'orizzonte. Come affrontare la solitudine? È perché sto cercando
la solitudine? Mi incammino leggero verso la cima di Collalunga. Un
passo dietro l'altro, grigio delle pietre e azzurro intenso di un
cielo terso. Non c'è altro, solo io, la montagna e il cielo. Solo
quando è la luce della luna a rischiarare il sentiero raggiungo di
nuovo la piccola radura dove è sistemata la tenda. È una luce
avviluppante, argentea, così forte da mostrare i contorni delle
cose. E questi raggi notturni si riflettono su una piccola tenda
violacea, una tenda scura che sorge a pochi metri dalla mia.
E questa la ricerca della
solitudine, penso stizzito. Con tutto il posto che c'è.
È mattina e mi siedo su
una roccia. Urlo come non urlavo da tempo. Un suono acuto, gioioso in
quest'aria limpida che si mischia ai rumori del giorno che nasce. Non
sono molti i rumori sulle Alpi.
Probabilmente a causa di
questo rumore dissonante la tenda violacea che tanta noia mi diede
ieri si apre lentamente. Marta, il ricordo di un passato che credevo
sepolto è in piedi davanti alla tenda e mi fissa sorpresa. Anche nel
mio sguardo l'indifferenza iniziale è subito stata sovrastata da
sorpresa e poi panico. Non credo al caso, non credo al destino,
quindi questa apparizione improvvisa può solo sconcertarmi.
La saluto freddamente per
mascherare una reazione inaspettata.
Marta mi riporta
prepotentemente a Viola, alle origini. Viola è un paese piccolo,
poche case sparse in una valle stretta che solo in prossimità della
chiesa si inspessiscono un po' creando una sorta di centro storico. E
in una di queste case, all'ombra del campanile, viveva Marta. Io non
avevo quella fortuna, vivevo dall'altra parte della stretta valle in
una cascina di una borgata sperduta nei boschi. Ma ogni giorno la
scuola o piccole commissioni che mi incaricava mia madre mi portavano
al paese. Un'ora di cammino per il ripido sentiero che scendeva al
fiume per poi risalire sul più ricco versante al sud. Mi piaceva
quel sentiero, ad ogni passo rievocavo luoghi famigliari. Lo facevo
da solo; il tempo di quando a Viola vivevano centinaia di persone e
anche da questa parte della valle c'era la scuola è lontano. Mia
madre mi raccontava questi tempi andati nelle serate invernali. Loro
a scuola erano in tanti. Da queste borgate ora deserte scendevano
frotte di bambini con il libro sotto l'ascella per stiparsi in
un'auletta piccola che li conteneva appena. Noi invece alle
elementari eravamo una ventina, 5 anni di elementari accorpati in una
unica stanza. Del mio anno eravamo in tre, Andrea, Marta ed io.
Con Marta sentii nascere
un sottile filo di unione inspiegabile, un filo sottile però
tenacemente resistente. Marta era bella, una bellezza pura e potente.
La carnagione bianchissima, lentiggini, occhi vivacissimi. Si
distingueva dagli altri per il suo atteggiamento aristocratico e la
pelle bianchissima in un ambiente dove tutti eravamo bruciati dal
sole. Sapeva di essere bella. I ragazzi più grandi incominciarono
ben presto ad accorgersene e la invitavano ad uscire.
Ma questo era più tardi,
già il tempo delle superiori quando la corriera ci portava a valle e
io non ero più in classe con Marta. Era misteriosa, le piaceva
essere il fuoco delle attenzioni, accettava a volte gli inviti più
interessanti, ma sempre con un sorriso ironico, assente.
Io la guardavo da lontano.
Passavo le giornate con Andrea, avevamo la comune passione per le
grotte e la maggior parte del nostro tempo libero era indirizzato a
questo. A scuola ci andavamo distrattamente, svogliati, e l'unica
cosa positiva che mi ricordo era il viaggio di ritorno verso Viola
sulla corriera.
Allora Marta spesso si
sedeva con noi. Le piaceva sentire le nostre storie, le piacevano
questi misteriosi nomi di grotta, immaginare cunicoli bui che
scendono al centro della terra. Io speravo che le piacesse sentire la
mia voce, però era solo fantasia. Però parlavo e parlavo senza
poter smettere fino a quando sentivo questi curiosi occhi verdi che
sembravano strapparmi l'anima. Poi io scendevo, prima di lei, dove
iniziava la valle che io risalivo a piedi nel versante opposto alla
direzione della corriera. La guardavo allontanarsi e poi mi
incamminavo lungo il familiare sentiero. E così passarono gli anni
delle superiori, anni intensi, agitati.
Una notte, di nuovo a casa
per preparare un esame all'università, sedevo in una desolata
stanzetta in un lato di una vecchia casa abbandonata con sotto gli
occhi un libro di meccanica quantistica quando sentii un leggero
picchiettio al vetro. Dita bianche che bussavano ironiche al vetro a
pochi palmi dai mie occhi. Entrò sorridente dicendomi che le
sembrava la serata ideale per passeggiare. La guardai sorpreso. Avevo
scolpito in mento il lungo sentiero nei boschi che divideva questa
stanza da casa sua, però da lei ci si poteva aspettare di tutto. Lei
studiava psicologia, io fisica, in città lontane da Viola, città
diverse ed era molto che non ci vedevamo.
Perché mi guardi con
quegli occhi sbarrati, mi chiese canzonatoria. Mi spaventano i
fantasmi le risposi e chiusi il libro. Non volevo più studiare, ero
perso in quei suoi occhi ironici che mi guardavano enormi.
Ti va di passeggiare, mi
chiese. Eccome se mi andava. Camminammo molto quella sera. Ci
venivano incontro i rumori misteriosi del bosco notturno, il fischio
degli uccelli, i profumi dell'erba. Mi chiese se ancora andavo in
grotta. Era molto che non ci andavo più ma non era per quello che
non riuscivo più a parlare. Quella sera i suoni del bosco era tutto
quello di cui avevo bisogno. Mi sembrava una musica così bella che
solo la dolce voce di Marta aveva il diritto di interrompere. E ora
era lei a raccontare, raccontava dell'università, della città,
degli studi, di musica. Fu una notte particolare, una notte infinita.
Nessuno dei due voleva che finisse. Furono parole, passi, silenzio,
sguardi, cielo, ma furono soprattutto le sue labbra che si posarono
sulle mie, le sue mani che mi accarezzavano dolcemente, i suoi occhi
grandi così vicino ai miei da inglobarli. Era mattino quando tornai
a casa volando nell'aria ed era sera quando scoprii che Marta era
partita. Allora non sapevo che non l'avrei mai più rivista fino ad
oggi.
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