27 nov 2011

Montagna al passato

Cammino veloce su uno stretto sentiero di pietre. Vorrei arrivare in un buon punto per vedere il sole nascere, ma in fondo non credo a quello che si dice che l'alba migliore sia in montagna. Mai sono riuscito a vederne una. Sempre c'è una montagna più alta, un avvallamento che ancora copre il sole quando le cime attorno sono già ben illuminate. Cammino immerso in un silenzio irreale, pesante. Le sagome delle piante sono ombre nere su uno sfondo che con il passare dei minuti si rischiara. Anche questa volta l'alba sarà un miraggio. E quando il cielo si fa arancione il paesaggio visivo si allarga. Vedo un lago, uno specchio d'acqua turchese su cui si riflettono gli alberi bassi cresciuti intorno. Sento attorno a me la presenza delle alte vette che mi sovrastano. Il posto ideale per piazzare la tenda e godermi questa settimana di vacanza. L'acqua del lago è gelata. Un pozzo variopinto con un richiamo irresistibile. Un piede, poi l'altro; il freddo fa male alle ossa e senza accorgermi sto nuotando leggero sulla superficie levigata. Nuoto in fretta, bracciate nervose per scaldarmi e quando esco dall'acqua mi riverso sull'erba.
Una tenda, pochi libri, cibo, un esperimento di solitudine. Mi siedo al sole e guardo l'orizzonte. Come affrontare la solitudine? È perché sto cercando la solitudine? Mi incammino leggero verso la cima di Collalunga. Un passo dietro l'altro, grigio delle pietre e azzurro intenso di un cielo terso. Non c'è altro, solo io, la montagna e il cielo. Solo quando è la luce della luna a rischiarare il sentiero raggiungo di nuovo la piccola radura dove è sistemata la tenda. È una luce avviluppante, argentea, così forte da mostrare i contorni delle cose. E questi raggi notturni si riflettono su una piccola tenda violacea, una tenda scura che sorge a pochi metri dalla mia.
E questa la ricerca della solitudine, penso stizzito. Con tutto il posto che c'è.
È mattina e mi siedo su una roccia. Urlo come non urlavo da tempo. Un suono acuto, gioioso in quest'aria limpida che si mischia ai rumori del giorno che nasce. Non sono molti i rumori sulle Alpi.
Probabilmente a causa di questo rumore dissonante la tenda violacea che tanta noia mi diede ieri si apre lentamente. Marta, il ricordo di un passato che credevo sepolto è in piedi davanti alla tenda e mi fissa sorpresa. Anche nel mio sguardo l'indifferenza iniziale è subito stata sovrastata da sorpresa e poi panico. Non credo al caso, non credo al destino, quindi questa apparizione improvvisa può solo sconcertarmi.
La saluto freddamente per mascherare una reazione inaspettata.
Marta mi riporta prepotentemente a Viola, alle origini. Viola è un paese piccolo, poche case sparse in una valle stretta che solo in prossimità della chiesa si inspessiscono un po' creando una sorta di centro storico. E in una di queste case, all'ombra del campanile, viveva Marta. Io non avevo quella fortuna, vivevo dall'altra parte della stretta valle in una cascina di una borgata sperduta nei boschi. Ma ogni giorno la scuola o piccole commissioni che mi incaricava mia madre mi portavano al paese. Un'ora di cammino per il ripido sentiero che scendeva al fiume per poi risalire sul più ricco versante al sud. Mi piaceva quel sentiero, ad ogni passo rievocavo luoghi famigliari. Lo facevo da solo; il tempo di quando a Viola vivevano centinaia di persone e anche da questa parte della valle c'era la scuola è lontano. Mia madre mi raccontava questi tempi andati nelle serate invernali. Loro a scuola erano in tanti. Da queste borgate ora deserte scendevano frotte di bambini con il libro sotto l'ascella per stiparsi in un'auletta piccola che li conteneva appena. Noi invece alle elementari eravamo una ventina, 5 anni di elementari accorpati in una unica stanza. Del mio anno eravamo in tre, Andrea, Marta ed io.
Con Marta sentii nascere un sottile filo di unione inspiegabile, un filo sottile però tenacemente resistente. Marta era bella, una bellezza pura e potente. La carnagione bianchissima, lentiggini, occhi vivacissimi. Si distingueva dagli altri per il suo atteggiamento aristocratico e la pelle bianchissima in un ambiente dove tutti eravamo bruciati dal sole. Sapeva di essere bella. I ragazzi più grandi incominciarono ben presto ad accorgersene e la invitavano ad uscire.
Ma questo era più tardi, già il tempo delle superiori quando la corriera ci portava a valle e io non ero più in classe con Marta. Era misteriosa, le piaceva essere il fuoco delle attenzioni, accettava a volte gli inviti più interessanti, ma sempre con un sorriso ironico, assente.
Io la guardavo da lontano. Passavo le giornate con Andrea, avevamo la comune passione per le grotte e la maggior parte del nostro tempo libero era indirizzato a questo. A scuola ci andavamo distrattamente, svogliati, e l'unica cosa positiva che mi ricordo era il viaggio di ritorno verso Viola sulla corriera.
Allora Marta spesso si sedeva con noi. Le piaceva sentire le nostre storie, le piacevano questi misteriosi nomi di grotta, immaginare cunicoli bui che scendono al centro della terra. Io speravo che le piacesse sentire la mia voce, però era solo fantasia. Però parlavo e parlavo senza poter smettere fino a quando sentivo questi curiosi occhi verdi che sembravano strapparmi l'anima. Poi io scendevo, prima di lei, dove iniziava la valle che io risalivo a piedi nel versante opposto alla direzione della corriera. La guardavo allontanarsi e poi mi incamminavo lungo il familiare sentiero. E così passarono gli anni delle superiori, anni intensi, agitati.
Una notte, di nuovo a casa per preparare un esame all'università, sedevo in una desolata stanzetta in un lato di una vecchia casa abbandonata con sotto gli occhi un libro di meccanica quantistica quando sentii un leggero picchiettio al vetro. Dita bianche che bussavano ironiche al vetro a pochi palmi dai mie occhi. Entrò sorridente dicendomi che le sembrava la serata ideale per passeggiare. La guardai sorpreso. Avevo scolpito in mento il lungo sentiero nei boschi che divideva questa stanza da casa sua, però da lei ci si poteva aspettare di tutto. Lei studiava psicologia, io fisica, in città lontane da Viola, città diverse ed era molto che non ci vedevamo.
Perché mi guardi con quegli occhi sbarrati, mi chiese canzonatoria. Mi spaventano i fantasmi le risposi e chiusi il libro. Non volevo più studiare, ero perso in quei suoi occhi ironici che mi guardavano enormi.
Ti va di passeggiare, mi chiese. Eccome se mi andava. Camminammo molto quella sera. Ci venivano incontro i rumori misteriosi del bosco notturno, il fischio degli uccelli, i profumi dell'erba. Mi chiese se ancora andavo in grotta. Era molto che non ci andavo più ma non era per quello che non riuscivo più a parlare. Quella sera i suoni del bosco era tutto quello di cui avevo bisogno. Mi sembrava una musica così bella che solo la dolce voce di Marta aveva il diritto di interrompere. E ora era lei a raccontare, raccontava dell'università, della città, degli studi, di musica. Fu una notte particolare, una notte infinita. Nessuno dei due voleva che finisse. Furono parole, passi, silenzio, sguardi, cielo, ma furono soprattutto le sue labbra che si posarono sulle mie, le sue mani che mi accarezzavano dolcemente, i suoi occhi grandi così vicino ai miei da inglobarli. Era mattino quando tornai a casa volando nell'aria ed era sera quando scoprii che Marta era partita. Allora non sapevo che non l'avrei mai più rivista fino ad oggi.

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