28 nov 2011
La finestra
Passo il tempo seduto sul davanzale di una vecchia finestra. Sono paesaggi familiari quelli che mi riempono le pupille, una strada asfaltata stretta e sgangherata che si inerpica fino ad un colle, anticamente transitata dai pellegrini diretti a Santiago de Compostela ma oggi praticamente deserta.
Ieri nevicava ed oggi tutto è bianco. Una lieve nevicata, un anticipo fuori stagione di inverno. I castagni che dominano il paesaggio ancora non hanno perso le foglie. Quando la neve cade sulla foglia, l'inverno non da noia, dicevano i vecchi. Ma era un modo per farsi animo, perché quando nevicava in anticipo le castagne rimanevano sotto la neve e nel lungo inverno si stringeva la cinghia. Le castagne erano tutto, erano cibo, sopravvivenza, lavoro, abitudine, amori che arrivavano con le castagnere venute dalla lontana Ormea. Ora per i pochi rimasti sono un concentrato di ricordi, di racconti, di tradizioni, di leggende. I tempi sono cambiati, e se i castagneti sono ancora ben curati e puliti, le castagne non ci sono più. Le piante hanno preso una strana malattia venuta da lontano, dalla Cina. Una larva si insidia nelle foglie, si nutre di loro e quando ne ha preso tutto il nutrimento se ne va, lasciando le foglie secche e raggrinzite. E con le foglie sempre più spesso sono gli alberi a morire e Viola perde poco a poco la sua anima.
Con lo sguardo seguo distrattamente la strada. Su, tra gli alberi, si intravede la borgata Bianche. Ci vivevano una decina di famiglie in quelle poche case di pietra accatastate una sull'altra. Quando nevicava si vedevano partire uomini armati di pale che arrivano fino alla nostra borgata dove erano accolti con vino e castagne. Noi spalavamo fino alla Riva e anche qui c'era un'accoglienza fatta di vino, castagne e sorrisi riconoscenti. E così si creava un sentiero stretto che tra alte pareti di neve permetteva a tutti di raggiungere valle.
Come una visione dissonante appare una giacchetta rosa. È di una bambina che cammina a passo svelto nell'aria gelida. Ha in mano una borsa da gettare nel contenitore dell'immondizia. Alza gli occhi e mi saluta contenta. È l'unica bambina della borgata; lunghi capelli neri e occhietti allungati che vengono da lontano. Stefano, il figlio di mia sorella, non ha trovato a sposarsi in paese e pochi anni fa è andato a prendere moglie nelle Filippine.
Inizia a piovere. Nella valle chiusa riecheggia il fragore del ruscello, un rumore sordo che attraversa il vetro sottile per infrangersi contro i miei timpani aridi. Il tempo è ovattato come il cielo. Passano le ore. Sulla retina resta impressa l'immagine di questo serpentone grigio, deserto. Poi un ombrello rosso attraversa lentamente il mio spazio visivo. Si trascina stanco, zoppicante, come l'uomo che lo sorregge, Giovanni, ultimo superstite di una borgata vicina. Io resto immobile, impietrito e quando l'immagine è svanita i miei occhi si riempono di lacrime. Sono poche lacrime stanche che emergono dal passato. Sono un rimpianto amaro. Giovanni è stato l'amore impossibile. Nelle lunghe serate autunnali si riunivano varie famiglie per scegliere le castagne. Insieme il lavoro si faceva più in fretta ed era meno noioso. Eravamo ragazzi. Spalla a spalla, seduti al tavolo di una buia stanzetta. Intorno a noi i visi duri dei contadini, sacchi di castagne secche che venivano rovesciati sul tavolo per essere scelti, pintoni di vino di quello pestato in casa, castagne morelle da sciogliere in bocca. Io quelle sere mi annoiavo, ma non quando c'era anche Giovanni. I contatti casuali sembravano prolungarsi all'infinito e quando lui mi guardava era con occhi così dolci che dovevo stringere i denti per non piangere. Ci baciammo una sera d'inverno, quello stesso anno, nell'angolo più scuro della stalla dove ci si riuniva per giocare a carte. Fu un bacio appena accennato, sofferto che ci spaventò tanto da allontanarci per sempre. Io dopo quella sera scappai dal paese e cercai la città, lui restò ma non si sposò mai.
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