21 nov 2011

Una frontiera da immaginare, Andrea Gobetti, 2001

Lo speleologo è un alpinista alla rovescia, quanto si può dire barbiere alla rovescia d'uno psicoanalista perché lavora sull'altro lato della testa.
Il buio vince la società dell'immagine.

Sono entrato in grotta un paio di volte, molti anni fa. Non ci sono mai più tornato.
Ho incontrato Andrea Gobetti in due occasioni. La prima volta è stata sotto un tendone piazzato in una radura sulle Alpi marittime. Vari speleologi mangiavano, bevevano, chiacchieravano nel freddo di una nottata estiva a 2000 m. Io, sepolto da coperte, ascoltavo e sognavo. A notte inoltrata entrò Andrea. Ancora non sapevo chi fosse questo anziano signore sudato, sporco che ruttava con diletto e parlava aforisticamente. Disse poche parole con una voce roca, profonda.
La seconda volta è stata a Garessio, alla festa della montagna dove si proiettava un suo documentario. Era vestito elegantemente. Anche qui parlò poco. Introdusse il documentario in tono scanzonato, ironico.

Speleologo dovrebbe essere chi, vivendo a contatto con il mondo sotterraneo, comunica ciò che grazie a questa sua esperienza particolare, vede, sente, pensa o prova, attraverso tutti i mezzi di espressione capaci di essere capiti dagli altri. Il contributo dello speleologo non dovrebbe andare tanto a beneficio della scienza, quanto più in generale della cultura.

E la speleologia che cosa combina alla mente umana? Attraverso un oscuro dedalo di fiumi sotterranei, la introduce al cospetto del mistero primordiale del destino e laggiù la rende conscia di non sapere che cosa accadrà, cosa ci verrà incontro, per quale strada andranno i nostri passi. Davanti al problema dell'ignoranza del futuro nessun'altra attività umana, dalle superstizioni cartomantiche alle assicurazioni sulla vita, dal gioco in borsa alla religione, niente mi pare altrettanto onesto di quello scomodo essere trascinati nel cuore della terra da un mistero più grande di noi. Onesto perché faticoso e disinteressato.

Queste due frasi sono l'essenza del libro, l'essenza che lo rende accattivante anche a chi non ha mai messo piede in una grotta e non si interessa di speleologia. Per Gobetti infatti la speleologia non è scienza morta ma è vita, cultura, filosofia, amore. Le grotte sono il punto centrale perché ha passato la gran parte della vita strisciando nei loro scuri e umidi cunicoli, calandosi negli abissi, spaccandosi le unghie per allargare i passaggi, cercando di percepirle in tutta la loro forza in prolungati bivacchi nel cuore della terra. Ma non si tratta di una fredda relazione di studio, di una relazione tra scienziato e cavia. È un intensissimo rapporto d'amore che lo ha cambiato, che ha influenzato il suo modo di percepire il mondo. La speleologia diventa così filosofia di vita.

Non c'è niente di così bello nell'alpinismo e da nessun'altra parte come il fantasticare dello speleologo su un abisso appena scoperto, quando l'unico dato è una pietra caduta per tanti secondi. Allora si ipotizzano saloni e torrenti, congiunzioni con altre grotte, risorgenze; si pregustano le punte e persino le grandi baldorie che seguono il felice esito di tutte le esplorazioni.

Negli anni caldi delle proteste giovanili alcuni ragazzi sognatori, anarchici, idealisti decidono di portare la protesta in un'altra direzione. Questi ragazzi superano di slancio convenzioni sociali, conformismo, autorità e si lanciano verso la libertà. Cercano le montagne ma non sono attirati verso l'alto, verso la punta; una forza misteriosa li spinge verso il basso, decidono che le frontiere del mondo si sposteranno verso il basso, verso il centro della terra.
Avventura, esplorazione pura. Questa è la magia del libro. Ci sono emozioni forti, l'emozione che nasce di fronte a strade sotterranee nuove, a percorsi sconosciuti. La scoperta di un nuovo mondo. E la condivisione di esperienze così intense crea stupendi legami di amicizia che rende magici i lunghi campi estivi da dove iniziavano queste dissennate esplorazioni.

Quando il buio si può attraversare solo attraverso un tenue fascio di luce e le paure più inconsce vengono fuori in tutta la loro forza misteriosa si vede la forza dell'essere umano.
Lì per la prima volta toccai le frontiere dell'inesplorato; hic sunt leones, leoni, spiriti, mostri con cui si popola sempre quello che non si conosce.

Calarsi nel buio, nell'ignoto, sapendo di fare una cosa che nessun altro essere umano ha mai fatto è decidere di oltrepassare limiti mentali e fisici fortissimi. Incoscienza, pazzia, curiosità. Questo è Gobetti ed è questo che ci arriva attraverso un linguaggio vivo, diretto. Esperienze dure, avventure pericolose che sempre possono trasformarsi in tragedia, scoperte importantissime con ripercussioni sulla nostra società vengono narrate in tono gobettiano, un tono sarcastico di chi sembra essere restato bambino e non vuole prendersi particolarmente sul serio. Questo è il prezioso insegnamento implicito del libro. Speleologi che sono la storia vivente della speleologia dimostrano la loro grandezza con la capacità di camminare in punta di piedi, senza enfasi né autoreferenzialità.
Questo libro è una porta che si apre verso gli abissi, una calamita che ci mettiamo in corpo e ci attrarrà verso il centro della terra e/o la profondità dell'anima.


Per Irene, che mi ha fatto conoscere personaggio e ambiente.

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