Per lui il senso della
vita è dato dagli obiettivi che ognuno si pone. Non è importante
l'obiettivo in sé, ma la sensazione di tenere le redini in mano. Di
per sé non esiste una direzione più giusta di un'altra, quindi la
giustezza della direzione è frutto solo della scelta personale. E se
durante o alla fine del cammino ci si accorge che la strada non è
quella pensata, si può cambiare e cercarne un'altra.
Quando lui mi parlò del
suo modo di vedere la vita, io che mi crogiolo in una drammatica
immobilità sono rimasto affascinato dall'idea di una strada da
percorrere. Però alla prima fase di entusiasmo sono arrivati i
dubbi.
Lui è l'esempio di una
persona monotematica ed estremamente determinata. Si interessava di
banconote ed è diventato un esperto, si interessava di Jugoslavia e
ha imparato il serbo-croato e ci ha costruito sopra una carriera.
Sembrerebbe che non senta la necessità di guardarsi attorno. Procede
dritto come un cavallo. Io invece sono incostante. Dopo poco tempo mi
annoio in qualunque cosa faccio e finora non sono mai riuscito a
specializzarmi in qualcosa. Facevo le gare in bici ma mi allenavo
solo una volta ogni tanto, giocavo a calcio in una squadra ma mi
stancai dopo tre anni, iniziai a scrivere fumetti ma mi stancai.
Quindi la necessità di un obiettivo è universalmente valida o è
soggettiva? Indispensabile per qualcuno e dannosa per altri?
Passata anche la fase
dello scetticismo, il pendolo è tornato verso il mezzo. Senza un
obiettivo ho la sensazione che il mondo, muovendosi, scelga anche per
me che resto fermo. Metafora classica del fuscello in un ruscello. Si
che il fuscello è inanimato e non può muoversi, però questa sua
immobilità non gli impedisce di finire dritto dritto a bagno nel
mare.
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