10 dic 2011

Il sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino, 1947



Storie di partigiani ne ho sentite molte fin dall'infanzia. I miei nonni materni vivevano in un paesello arroccato sulle montagne tra Piemonte e Liguria, i miei nonni paterni sulle Langhe. A tutti piaceva raccontare. Storie di sofferenza, di paura, di ragazzi affamati che bussavano la notte in cerca di un piatto di minestra o un po' di paglia dove dormire. Mia nonna ne parlava con astio perché il suo ricordo era legato al furto di un maiale compiuto da un gruppo di partigiani.
Poi sono arrivate le letture di Pavese e Fenoglio a soppiantare i racconti dei nonni. Ed è attraverso le loro parole dure che l'immagine di quel particolare momento storico ha acquisito contorni definiti. “Il sentiero dei nidi di ragno” spesso appariva tra i titoli di letteratura partigiana, però un qualcosa mi allontanava dal linguaggio di Calvino. Avevo letto il “barone rampante”, il “visconte dimezzato” e temevo che Calvino ne scalfisse l'immagine. E così non mi sono mai deciso a leggerlo, almeno fino all'altro giorno, durante un viaggio in Toscana. 
La guerra partigiana è  lo sfondo su cui si muove una drammatica vicenda umana. L'attenzione di Calvino è tutta sulla psicologia di Pin. Pin ci è presentato nelle minime sfumature della sua controversa personalità; ogni azione apparentemente assurda è anticipata dallo scorrere dei suoi pensieri. Entriamo nella sua psiche, impariamo a conoscerlo, a capire la sua cattiveria, la sua angoscia, il suo lacerante bisogno di appartenenza. È un bambino che ha dovuto crescere in fretta per sopravvivere, e si è così trovato in una situazione di completa solitudine perché gli altri bambini lo sentono troppo diverso per accettarlo nel gruppo.
Neppure lo sforzo di rifugiarsi nel mondo dei grandi da i frutti sperati. Ha imparato a sbeffeggiarli, a intrattenerli parlando della sorella prostituta, a raccontare storie a sfondo sessuale per interessarli, a dire parolacce, ma resta comunque un bambino incapace di comprendere appieno le dinamiche degli adulti. Le loro pulsioni verso le donne, la loro morale, sono aspetti per lui misteriosi che lo riempono di fascino e repulsione. La sofferenza per questa straziante solitudine lo porta ad affezionarsi a qualsiasi persona che sembra interessarsi a lui, per poi restare irrimediabilmente deluso.
Quando una serie di circostanze lo avvicina ad un gruppo di partigiani, si sente finalmente parte di una comunità e si illude di aver trovato una famiglia. Ovviamente non è così e anche qui non riuscirà a trovare un suo spazio. La conclusione del romanzo sembra dirigersi irrimediabilmente verso una tragedia ed invece Calvino sorprende, lasciando l'unico sprazzo di speranza di tutto il romanzo, con una stupenda immagine di Pin e Cugino che si allontanano dalla città per mano.

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