Sono le 5h30 di un freddo
mattino di dicembre quando inforco la bici per ridiscendere lungo il
Mongia ed arrivare alla città più vicina per prendere il treno. La
notte è ancora la padrona assoluta. Eppure la valle si sta
potentemente svegliando. Le prime finestre illuminate sono una
sorpresa, ma poi vedo che quasi ogni casa lungo la strada ha almeno
una finestra illuminata. La luce fioca che filtra a fatica attraverso
le persiane chiuse sembra riscaldare leggermente la notte gelida e
sottolinea la difficoltà di strapparsi alle coperte. Mi immagino
facce ubriache dal sonno che si trascinano in queste grandi case di
montagna per prepararsi alla nuova giornata. Sono visi di contadini,
di operai, di studenti. La sveglia è il richiamo al quale non ci si
può sottrarre. Di tanto in tanto un automobile mi sorpassa
lentamente. La persona al volante si strofina gli occhi per capire se
si tratta di un miraggio o davvero c'è una bici che scende nella
notte. E poi arrivo a Ceva, la “città”. Qui la vita è già
iniziata. Sono le 7h00, un gruppetto di ferrovieri beve un caffè
prima di iniziare il turno, varie macchine sono forme al semaforo, un
rumore di serranda che si alza.
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