9 dic 2011

Sweet Sixteen, Ken Loach, 2002

Due ragazzini si aggirano per le strade e nei bar cercando di vendere sigarette di contrabbando. Bastano poche immagini per introdurci in un quartiere povero e degradato di Glasgow. Questa volta l'analisi sociale di Ken Loach è incentrata sugli adolescenti e in particolare su Liam, un ragazzino quindicenne dalla vita particolarmente difficile. La madre è in prigione, la sorella è una ragazza madre, il patrigno è uno spacciatore che lo maltratta. Ci sono tutti gli ingredienti per creare un emarginato o un delinquente. E invece ci sorprende la forza morale del ragazzo, che nonostante debba remare contro forze enormi non si arrende. È anche questa la forza del film. Giocando sul fatto che si tratta di ragazzini, l'atmosfera non è quella mesta, triste, disperata che ci si attende da una simile rappresentazione di degrado sociale, ma rispecchia l'entusiasmo e la voglia di divertirsi e di sognare di Liam.

In un ambiente violento si introduce la presenza angosciante di un coltello che dal momento dell'ingresso in scena evoca una tragedia. Flipper, il migliore amico di Liam, glielo offre per celebrare il loro nuovo lavoro da spacciatori. Liam lo rifiuta, però quando gli viene di nuovo offerto, questa volta dalla banda di spacciatori di cui è diventato membro, accetta il regalo. Stringo i cuscini della poltrona pensando che la tragedia incomba nello scontro con l'amico del cuore, però Ken Loach ce la risparmia. Inaspettata arriva alla fine del film, proprio nel giorno in cui Liam compie sedici anni.
Il film ha la forza di trascinarci completamente nella storia. Ne siamo inglobati, sommersi e viviamo la stessa angoscia e impotenza dei protagonisti.

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