12 dic 2011

La società dell'automobile


Sono le sei di un grigio pomeriggio di dicembre. Cammino veloce su uno stretto marciapiede, superato da un flusso continuo di automobili. Sono facce anonime che scorrono incessanti per chissà quale destinazione. Alcune si fermeranno a pochi passi, altre dovranno fare vari chilometri per tornare nelle loro gabbie riscaldate e accoglienti. Sono l'unico pedone in un mare angosciante di nebbia e smog. Alzo gli occhi e dai tetti dei palazzi si vede salire pigra una colonna di fumo. Il rumore arrogante delle automobili mi perseguita. Arrivo al centro della città e una fila di macchine parcheggiate mi separa finalmente dalla strada. Ma la città è deserta. L'atmosfera ovattata fatta di notte, grigio e migliaia di luci crea una situazione surreale da film apocalittico. Luce e caldo mi sfiorano quando passo davanti alle porte dei negozi e mi chiamano a questo mondo irreale. Ma non ho soldi con me e questo mondo fittizio mi rinnega. Mi raggomitolo su una panchina e mi ipnotizzo con lo scorrere delle automobili. Potesse risvegliarsi, Marinetti sarebbe esaltatissimo nel vedere questo supremo inno al movimento incontrollato e frenetico. Un odore dolciastro penetra nei miei pensieri. La macchina parcheggiata davanti a me parte accelerando. Sento di odiare questa società ma non trovo in me nessun tipo di idea per contribuire a cambiarla. La percepisco come un mostro incontrollato che corre veloce verso un abisso.

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