Sono le sei di un grigio
pomeriggio di dicembre. Cammino veloce su uno stretto marciapiede,
superato da un flusso continuo di automobili. Sono facce anonime che
scorrono incessanti per chissà quale destinazione. Alcune si
fermeranno a pochi passi, altre dovranno fare vari chilometri per
tornare nelle loro gabbie riscaldate e accoglienti. Sono l'unico
pedone in un mare angosciante di nebbia e smog. Alzo gli occhi e dai
tetti dei palazzi si vede salire pigra una colonna di fumo. Il rumore
arrogante delle automobili mi perseguita. Arrivo al centro della
città e una fila di macchine parcheggiate mi separa finalmente dalla
strada. Ma la città è deserta. L'atmosfera ovattata fatta di notte,
grigio e migliaia di luci crea una situazione surreale da film
apocalittico. Luce e caldo mi sfiorano quando passo davanti alle
porte dei negozi e mi chiamano a questo mondo irreale. Ma non ho
soldi con me e questo mondo fittizio mi rinnega. Mi raggomitolo su
una panchina e mi ipnotizzo con lo scorrere delle automobili. Potesse
risvegliarsi, Marinetti sarebbe esaltatissimo nel vedere questo
supremo inno al movimento incontrollato e frenetico. Un odore
dolciastro penetra nei miei pensieri. La macchina parcheggiata
davanti a me parte accelerando. Sento di odiare questa società ma
non trovo in me nessun tipo di idea per contribuire a cambiarla. La
percepisco come un mostro incontrollato che corre veloce verso un
abisso.
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