Il treno procede lento. La
destinazione è Albinia, un paesello sperduto nel cuore della
Maremma. Davanti a noi varie ore di treno. E io mi sono premunito,
una decina di album nell'mp3, due giornali appena comprati
all'edicola della stazione, qualche libro. Mi siedo e ancora prima
della partenza del treno sono già immerso nella prima pagina di
Repubblica. Sono distratto. Salto tra le righe di articoli che in
realtà non mi interessano, però non mollo la presa. Mica posso
perdere tempo! Continuo. Ora sono le pagine del Manifesto con
l'ottima melodia dei Massive Attack nelle orecchie, più per isolarmi
che per godermela. Ma neppure gli articoli del Manifesto mi
interessano realmente. E dopo vari articoli letti senza realmente
aver afferrato nulla, butto il giornale da un lato e cerco frenetico
tra i libri. Poche righe e anche qui gli occhi saltano distratti tra
le righe. Nel frattempo scorrono le ore. Perché continuo a leggere?
Quando mi sono reso conto che il mio cervello era impenetrabile a
stimoli proveniente dalle pagine scritte avrei potuto rilassarmi,
alzare lo sguardo verso il paesaggio esterno. Case, alberi, strade
che mi vengono incontro, oppure visi, espressioni dei miei compagni
di viaggio. Ma in questo modo avrei perso tempo. Tutte queste ore
senza fare nulla. Come posso giustificare questa parola a me stesso?
Nulla. Nulla. Nulla.
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