16 dic 2011
Letteratura e intrattenimento
Due corpi, un letto arrugginito, un respiro accelerato che poco a poco rallenta. C'è differenza tra leggere Proust o leggere Stieg Larsson? Luca mi guarda con occhi sgranati ancora lucidi che lasciano solo intuire un mondo al quale non avrò mai accesso e dice che Proust è letteratura, mentre Larsson è intrattenimento. Sottintende quindi che ciò che eleva spiritualmente si possa chiamare letteratura mentre per tutto il resto si debba trovare un altro vocabolo per non creare confusione. Definisce così due mondi distinti, forse porosi ai loro confini, però pur sempre distinti.
Luca avvicina la sua bocca alla mia e sussurra in modo che io possa sentire le parole vibrare nel suo alito caldo: “la letteratura è un esercizio artistico che lo scrittore fa per un'esigenza che gli viene da dentro, per comunicare una forma del suo essere attraverso l'arte. Non ha fini, non vuole vendere, non vuole piacere ma è solo necessità. Nel caso di artisti questa necessità diventa arte, un'arte astratta che per non poter essere assoggettato alle regole del suo tempo, gli sopravvive”. Lo guardo esausto. Le sue parole mi rimbalzano in testa come una pallina di flipper. Penso a libri letti ultimamente per cercare di farle mie. Non so astrarre. Penso a Thomas Mann. La morte a Venezia. Il libro è stato sul comodino varie settimane, intonso. Poi è stato trasferito in bagno, anche qui con la stessa sorte. È finito sulla scrivania dove ora sto leggendo le prime pagine. È una lettura meditata, sofferta che solo di tanto in tanto mi lascia immaginare uno sprazzo di un ambiente altro, sfuggevole, indefinibile.
Larsson invece mi ha fatto compagnia in varie nottate insonni. Una lettura che assorbe, che incolla gli occhi alle pagine e trasporta in uno stato febbrile. Ho inseguito la trama girando smanioso tra le pagine, saltando veloce di riga in riga, in una folle rincorsa per scoprire cosa sarebbe successo. E una volta finito ho scagliato il libro da una parte, come se avessi raggiunto un traguardo. C'è un inizio, c'è una fine, ben definiti, ed è molto improbabile che mi venga in mente di rileggerlo.
Non vengo a capo di nulla. Gli tappo la bocca con la mano, quasi con violenza, per non farlo più parlare e osservo i suoi occhi profondi, in silenzio. Ho bisogno di silenzio, del suo respiro, dell'immagine del suo corpo nudo schiacciato sul lenzuolo. Chiudo gli occhi e mi accorgo di essere ebbro di bellezza; ma dovrei essere un artista per riuscire a trasferirla in un luogo che non sia mia mente.
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